Roccamonfina note di storia archeologia e toponomastica del territorio dalla preistoria al medioevo

ROCCAMONFINA

NOTE DI STORIA ARCHEOLOGIA E TOPONOMASTICA DEL TERRITORIO DALLA PREISTORIA AL MEDIOEVO

Due piccoli strumenti di selce raccolti sulla conoide del Rio Rava di Mignano Montelungo, attribuiti dal Brancaccio al Paleolitico Superiore, sono la più antica testimonianza dell’uomo nei pressi del Roccamonfina. Né sembri poco: nel retroterra della Campania tali ritrovamenti sono assai rari: le amigdale da Venafro, Guardia Sanframondi e Monte Miletto, cui si sono aggiunte di recente belle amigdale da Faicchio ed un raschietto da Roccavecchia di Pratella, nonché una punta dal Montemaggiore e materiali da un deposito epipaleolitico da Falciano del Massico. Frequenza più accentuata si ha nell’attuale Lazio Meridionale – ma già Terra di Lavoro – con i ritrovamenti di Pontecorvo, Pignataro Interamna, Aquino, Roccasecca, Casalvieri.

Nella nostra zona le coltri di tufo e di materiali piroclastici celano i paleosuoli e nascondono i reperti, la scarsa riconoscibilità di questi e la mancanza di indagini impediscono il progredire delle conoscenze. D’altro canto la scarsa antropizzazione del territorio, il diminuire degli addetti alla silvicultura ed all’agricoltura e la mancanza – per buona sorte – di significativi scavi per edilizia, strade o cave non consentono neppure rinvenimenti casuali.

Sicché dei tempi antichissimi non ci rimane che qualche relitto toponomastico, quali ad esempio l’idronimo Savone = fiume e gli oronimi con la radice tauros = monte come Torano, Tuororame, Tuorisichi, etc.

È ipotizzabile che il vulcano sia stato frequentato durante l’Eneolitico, alla cui economia pastorale offriva pascoli e sorgenti, anche perché una ordinata e quasi geometrica scansione di luoghi di ritrovamento di materiali eneolitici segna la base del vulcano: reperti di tale epoca sono stati trovati a Rocca d’Evandro, Caianello, Teano, Carinola, Sessa e Calvi. E può pensarsi che gli uomini della ed. Cultura del Gaudo, di cui si son rinvenute numerose tombe a Sessa, risalissero con le loro greggi i boschi e le vallate del vulcano.

Nella Età del Bronzo, che data in Campania circa ai secoli XIV-IX a.C, è probabile che anche sulle giogaie del vulcano si insediassero degli abitati, analogamente a quanto avveniva per i vicini rilievi. Infatti un grosso villaggio di capanne di rami intonacate con argilla, poi indurita col fuoco, è testimoniato sulle vicine pendici del Monte Catrevula, tra Vairano Scalo e Pietravairano, e vi sono notevoli indizi di presenza stanziale sulla collina retrostante Cales, mentre nel territorio di Teano è emersa la ceramica appenninica.

Le fonti antiche ci indicano il nome del popolo che in età arcaica abitò il vulcano: gli Ausoni o uomini delle sorgenti (ausa) secondo l’etimologia del Devoto, il cui nome per rotacismo e suffizzazione con “ni” diverrà Auronici per poi contrarsi in Aurunci.

Su tale stirpe sono conservate varie e discordanti tradizioni e troppo arduo sarebbe qui tentarne l’analisi. Basti sapere che le fonti più antiche (IV sec. a.C.) identificano gli Ausoni con gli Opici, abitanti nella Pianura Campana. Polibio ritiene invece che Opici ed Ausoni fossero popoli diversi. Il problema è poi complicato dalla identificazione degli Ausoni con gli Aurunci -generalmente accettata seppure da alcuni con riferimento a periodi cronologici diversi – e tra Opici, Osci, Oschi, più controversa.

Neppure sul territorio occupato dagli Ausoni vi è concordia. Di sicuro però in tempi storici si aveva certezza che, pur dopo l’avvenuto tramonto della loro massima potenza, vi era una reliquia della gente ausone: gli Aurunci, sparsi intorno al Roccamonfina. Cales, l’odierna Calvi, era città degli Aurunci, e vi erano almeno altri tre centri principali: Ausona, Vescia e Minturnae. Le rare ed imprecise notizie sulla ubicazione delle tre città aurunche hanno consentito lo sbizzarrirsi delle opinioni degli studiosi e non vi è solido muro antico, specie le basis villae in opera poligonale, tra il Massico, il Garigliano ed il Roccamonfina di cui non si sia proposta l’identificazione con uno dei detti antichi centri.

La selva delle proposte è così fitta ed intricata da far forse impallidire la pur aggrovigliata ed eterna controversia sui più antichi popoli della Campania, a cui abbiamo ora accennato: il Sacco ubicò Aurunca nel fortilizio megalitico detto Orto della Regina sul Monte Frascara, il Perrotta criticò tale assunto ed associò la città alle mura megalitiche in vetta al vicino Monte S. Croce. In tempi più vicini il Verrengia ha identificato nell’Orto della Regina le rovine dell’antica Vescia, che Maiuri sposta nel Massico, come già il Nissen aveva proposto, mentre il Radke la pone ove sorgeva l’antica Sinuessa, (Mondragone), che per altri autori coincide con la greca Sinope. Molti studiosi poi propongono di identificare Vescia con Sessa, l’antica Suessa Aurunca, che potrebbe, per altri, coincidere proprio con Ausona…

Tra tanti dubbi ed in assenza di argomenti inoppugnabili e decisivi è opportuno astenersi dallo sposare una delle dette tesi e converrà solo precisare che neppure è sicuro che in realtà le tre città esistessero: magari poteva trattarsi di centri tribali articolati in vici e pagi e non di organismi urbani con perimetro fortificato, strade, templi, sedi del potere civile e religioso.

Ma neppure questo può affermarsi con certezza, in mancanza di una accurata e to tale ricognizione archeologica del territorio. Potrebbe, infatti avvenire ciò che è successo per il Sannio interno, in cui, ancora qualche anno or sono, si escludeva la presenza di urbes, prima della colonizzazione e municipalizzazione romana, mentre son venute poi alla luce una città del IV sec. a.C. a Monte Vairano presso Campobasso ed un’altra, forse più antica, a Roc-cavecchia di Pratella, tra Venafro ed Alife.

E dunque la povertà di elementi a nostra disposizione non ci consente di trarre se non congetture indimostrabili dalla tradizione storiografica in merito alle tre antiche “città”. Però la documentazione archeologica sembra confermare la originaria pertinenza del territorio al mondo au-sone. Infatti i corredi tombali arcaici di Cales e Suessa, trovano correlazioni con quelli della Valle del Liri, piuttosto che con quelli della area campana, segnando una omogeneità etnica o quantomeno culturale nel cuore dell’area ausone.

Tale omogeneità fu interrotta nell’Età del Ferro dalla immigrazione di nuove genti che dai monti dell’interno appenninico dilagarono verso le pianure fluviali del Sacco, del Liri e del Volturno anelando a raggiungere il mare.

Da un lato l’area ausone fu compressa dai Volsci, dall’altro occuparono il versante orientale e settentrionale del Roccamonfina i Sidicini, che Strabone dice Osci ma che, più probabilmente, appartenevano alla ondata sannitica che dai monti si sparse verso il Tirreno.

Egli narra che i Sanniti, discendendo dalla Sabina, raggiunsero la terra degli Osci seguendo un toro, secondo il costume della Primavera Sacra, per il quale una intera generazione di uomini ed armenti veniva votata alla divinità e cercava una nuova sede con la guida dell’animale totem.

Se, come è probabile, Strabone si riferisce all’antico Ager Campanus, il territorio circostante Capua, accessibile facilmente dall’interno solo per la stretta di Tor-ricelle-Teano, il suo racconto ci ha tramandato il ricordo della migrazione ai piedi del vulcano, e dell’insediarsi delle genti sannitiche. Di tale evento che sconvolse un secolare assetto del territorio rimangono indizi folclorici, archeologici e toponomastici. Quanto ai primi è da menzionare la preziosa notizia di Plinio il Vecchio secondo cui ancora in età imperiale Sidicini e Sabini avevano in comune credenze superstiziose: in agro Sabino et Sidicino unctum flagrare lapidem. Un singolarissimo culto delle acque, che probabilmente risale almeno all’epoca italica, è testimoniato in territorio sidicino, in quello alifano, ed in quello venafrano e forse se ne potranno scoprire altre testimonianze in area sannitica. Ed alla stessa area è sicuramente ascrivibile la diffusione del culto di Iuno Populonia = Pupluna attestato a Teano da epigrafi, e che si ritrova nelle sannitiche Isernia, Lucerà, Aquino, ed in Fregellae, città in cui pure si affermò l’elemento sannitico.

E persino il peculiare culto sannitico del toro sacro di cui Pansa e Cianfarani hanno ritrovato sopravvivenze in Abruzzo ha la sciato tracce di sé, sino ai primi decenni del secolo, non lontano da questo territorio e precisamente in area alifana.

Se poi vogliamo attenerci al meno opinabile campo della cultura materiale è da notare che materiali arcaici, collegabili senza dubbio a quelli del Sannio interno, si snodano lungo l’itinerario naturale tra Pianura Campana e Sannio a segnare l’antichissima pista che lambiva il vulcano. Si tratta dei reperti di Pozzilli (Is), di Presenzano, di Vairano Patenora e di quelli, a noi più prossimi, di Rocchetta e Croce ove nel 1830 una grande necropoli restituì gladi a stami di tipo piceno, elmi di bronzo, lance di ferro e probabilmente un disco-corazza sannitico. La presenza di queste armi sa-belliche può, in ipotesi, spiegarsi anche col mercenariato, ma le tombe di donne e bimbi e l’elevato numero di deposizioni fanno pensare ad una presenza stanziale dell’elemento sabellico che nelle nuove sedi conservò la propria sovranità e le proprie istituzioni se, come recentemente proposto, nell’inumato col disco corazza dobbiamo ravvisare un re od un princeps sannita.

Attestatisi a controllo della stretta di Torricelle i Sidicini risalirono poi le pendici del Roccamonfina e le strapparono agli Ausoni costringendoli a rifugiarsi in Sues-sa (Sessa Aurunca).

Livio ci è testimone di questa invasione e dell’esodo degli Ausoni dalle terre possedute da secoli ma, con evidente anacronismo, sposta questa guerra al IV sec. a.C, forse per mero errore, forse per alleviare i Romani del peso della distruzione dellanazione aurunca. Genocidio che, peraltro, egli stesso altrove confessa, con evidente impaccio, allorché narra della distruzione dei centri, o forse delle tribù aurunche di Minturno ed Ausona e Vescia.

Anche la documentazione archeologica documenta un cambiamento di cultura in età più antica: il santuario di Fondo Ruoz-zo di Montanaro ha restituito materiali databili fino alla fine del VI secolo analoghi a quelli dell’area laziale-campana, e – dopo una cesura – più recenti, riferibili sicuramente al mondo sabellico per l’abbigliamento e l’armatura delle statuine rinvenute.

La necropoli di Torricelle ha restituito

deposizioni sia di tipo sannitico, a cassa di tufo, sia di diverso tipo e ciò ha fatto ipotizzare la persistenza di parte dell’antica popolazione a fianco dei conquistatori. Questi però pur se non riuscirono ad occupare la pendice sud del vulcano, ove è Sessa Aurunca, col tempo si insediarono saldamente sin sulle più alte quote.

Infatti una scritta osca del III sec. a.C. con un antroponimo o toponimo o forse teonimo MIFINEIS, chiaramente sabellico per la F interna (tipo Allifae, Venafrum, Rufrae, Solofra, Bonefro, Massafra) è tornata alla luce praticamente ai piedi della piazza principale di Roccamonfina, in località Surienza = Sorgente, incisa in un blocco tufaceo riutilizzato in un cunicolo di captazione di età romana.

Blocco di tufo rinvenuto nella sorgente La Surienza di Roccamonfina con l’iscrizione osca del III sec a. C. MIFINEIS.

È questa la più antica attestazione della forma verbale che, con la preposizione del medievale Rocca esiterà nell’odierno Roccamonfina.

Già il Pellegrino, nella seconda metà del 1600, rivelò che “al presente dicesi Roccamonfina quel castello che per lo suo diritto dovrebbe chiamarsi Rocca di Mefino dal nome Mefino, luogo mentovato da alcuni autori” e nel 1818 il Pezzulli accennava al paese “che di Mefino nelle antiche cronache fu detto e poscia corrottamente di Monfino o Roccamonfina”. Un recente studio del Poccetti ha esaurientemente comparato le fonti permettendo di “acquisire un toponimo italico Mifinum suffissato sul tipo di Saipinum, Larinum, ecc. sicché ‘MI-FINE IS’ ammette due soluzioni esegetiche: si può essere, cioè, in presenza dell’indicazione del toponimo stesso (genitivo singolare di Mifinum) oppure del corrispondente etnico, non marcato da alcun suffisso (gen.

sing. di MIFINUS)… Se il testo fosse completo così come è tradito, l’ipotesi di un toponimo in caso genitivo potrebbe apparire coerente con la funzione di una pietra di confine: occorre tuttavia ricordare che un cippo terminale osco non ci è altrimenti noto e che quelli latini presentano in prevalenza il genitivo plurale dell’etnico. Una tale eventualità, comunque troverebbe una pertinenza storica nella circostanza messa in rilievo dal Beloch che il Massiccio di Rocca Monfina costituiva probabilmente in epoca preromana il confine orientale tra il territorio aurunco e quello sidicino. La possibilità, invece, che MIFINEIS sia un etnico si giustifica difficilmente al di fuori di un contesto onomastico o di altro enunciato più ampio, che dovevano continuare o precedere in altri blocchi accostati”.

È d’uopo aggiungere alle fonti medievali indicate dal Poccetti, del 993 e del 1229, alcune altre testimonianze che consentono di retrodatare ulteriormente le attestazioni del toponimo e di circoscriverlo con esattezza nella sua antica accezione, prima che si dilatasse all’intero territorio comunale ed al massiccio.

La più antica menzione del nome è del-l’800 d.C. anno in cui Imed Tandanco, vir il-lustris, lasciò con suo testamento al monastero di S. Vincenzo al Volturno un bosco in località ad S. Iustinum ad Mefinum. Ed è ancora in un documento vulturnense del 936, assai importante per la toponomastica del territorio, che può leggersi di un terreno: la septimadecima petia (di terra) ad Mi-finu, habet fines: de una parte Saone; de alia parte est quomodo descendunt ipse aque, que dicitur Surgenze de ipso Fau; de III parte rivo, qui descendit de ipsi Ladini; de UH parte terra ecclesia S. Mauri, qui dicitur Vualdu ad Cerritu Planu, et ubi nominatur ad Tabula. La stessa località è descritta, con maggiore precisione, in una concessione livellarla dell’anno 1041. Utilizzando la carta topografica 1:25.000 dell’I.G.M. è possibile individuare grazie ai confini indicati nei rogiti, la pezza di terra detta ad Mifinum, come risulta dalla tavola II, a pag. 13.

Si tratta dell’area su cui è oggi l’abitato di Roccamonfina, subito a monte della Su-rienza, sicché appare evidente la coincidenza anche in antico tra il toponimo, l’iscrizione osca (forse cippo terminale di un’area sacra) e la zona della sorgente.

Tuttavia il toponimo si dilatò ad indica-

re la montagna già in antico ed infatti in un documento di Montecassino dell’anno 964 è menzione di un Monte Mifino, da cui scaturisce il fiume Sava che viene concesso sino alle località Tre Mulini e Decem Pondera, sicuramente in Diocesi di Teano.

Ancora negli anni 1308-1310-1327 compare il nome di Castrum Rocce Mifini nelle Rationes Decimarum, mentre occorre attendere il 1469 per vedere apparire la forma Rocce Montisfini in un documento della Cancelleria Aragonese.

Se dunque il toponimo Roccamonfina risale all’antichissimo nome osco sono almeno altomedievali molti toponimi ancora vivi quali Conca (Conca della Campania) Si-pizzanu (Sepicciano) Tabula (Tavola) Lacu de Pratolongu, Vado de Cicercle, Monte de Caprile che si leggono negli antichi rogiti volturnensi.

Ad uno strato linguistico sabellico potrebbe risalire un altro toponimo del Roccamonfina: una frazione del comune di Marzano è detta Boiani, come l’antica capitale del Sannio Pentro. Ma sempre converrà esser prudenti sino alla verifica dell’ipotesi; ad esempio, infatti, il suggestivo nome Ausoni di una frazione di Roccamonfina pare una ricostruzione erudita e recenzio-re di un originario Anzoni, in alcun modo ricollegabile al sostrato ausone.

Antica sembra invece la inusitata denominazione del recinto megalitico sul Monte Frascara detto Orto della Regina (Uorf r’a Reggina).

La prima parte del toponimo non può derivare in alcun modo da una reale desti-

nazione agricola dell’area, anche come mero riutilizzo del sito, data la quota elevata, l’esposizione agli agenti meteorici, la scarsezza di humus, la lontananza dai centri abitati, e più puntuale appare il richiamo al nome dei luoghi sacri italici (Agnone): hùrz = orto = recinto sacro.

Già in passato l’Abeken, il Nissen ed il Maiuri ritennero che la cinta fosse pertinente ad un tempio, di cui furono ravvisate le rovine in un quadrato di mura interno alla cinta. Né deve stupire la connessione di tempio e mura megalitiche, documentata anche altrove, poiché, oltre ad intenti monumentali, esisteva la pratica esigenza di difendere le ricchezze che venivano concentrate nei santuari federali o tribali. Nel nostro caso poi i resti di via selciata che dal versante sud menano alla cinta, descritti già dagli eruditi e individuati dalla Conta, si spiegano più facilmente come resti di una via sacra che come opera di ingegneria militare o civile.

Più complesso appare spiegare l’attribuzione delle mura ad una Regina poiché si tratta di un caso isolato nella letteratura sulle mura megalitiche. Infatti la fantasia popolare, colpita dalla ingente mole delle stesse e smarrito il ricordo della reale funzione, le collegò in antico ai Ciclopi e nel medioevo ai Paladini di Francia, ai Saraceni, o a Sansone, personaggi di mitica potenza che soli potevano cavare e murare blocchi di smisurata grandezza, determinando la nascita di oronimi derivanti dalla Chanson de Geste.

In altri casi manufatti archeologici di grandi proporzioni o di mirabile fattura sono stati attribuiti alle Fate (ad. es. la villa romana delle Cammerelle delle Fate di Bellona) o all’opera di negromanti o del diavolo (ad es. un tratto della Via Latina, la ed. Via dei Diavoli presso Teano), ma di certo l’attribuzione di un manufatto megalitico ad una Regina costituisce un caso singolare.

Naturalmente la proposta interpretazione di “orto” come recinto sacro troverebbe conferma solo se, nel caso di specie, nella Regina fosse possibile riconoscere una figura divina dotata di attributi regali, cronologicamente e topograficamente correla-bile alla cinta. Quanto alla coincidenza topografica ove non sia considerata sufficiente la citata testimonianza dell’Abich, cioè pur se non si consenta nell’esistenza di un tempio nella cinta, basterebbe rinvenire un centro di culto dedicato alla Regina tanto vicino da giustificare nella psicologia popolare un rapporto di connessione tra la cinta e il santuario tale da determinare la nascita del toponimo.

A questo punto è da rammentare che un santuario sorge sul fianco del monte, sul colle dei Lattani, ed è il più celebre santuario mariano della Diocesi. Orbene il culto cristiano della Madonna dei Lattani continua un antico culto di divinità pagana dotata di attributi regali. Di tanto è un primo indizio nell’appellativo con cui si venera la Vergine: Regina Mundi. Riconosciuto solo nel 1952 con bolla papale il titolo è molto più antico e già nell’effige romanica venerata nel Santuario la Vergine reca la coro-

na regale o piuttosto un diadema ed è assisa su un trono. La corona è chiaramente leggibile sul capo della Vergine, raffigurata nel bel paliotto dell’altare, ora in sacrestia, datato 1686. Il titolo di Regina è poi menzionato nella epigrafe dell’anno 1586 che sovrasta la statua della Madonna.

Circa l’origine del culto la leggenda di fondazione del santuario, attestata già dal Gonzaga nel 1587, fa riferimento ad un ipotetico nascondimento dell’immagine all’epoca delle lotte iconoclaste, per evitarne la distruzione, ed a un miracoloso ritrovamento nel XV secolo. In verità lo stile della sacra effige consente di escludere con certezza che risalga ad epoca bizantina mentre l’epoca indicata per il rinvenimento è probabilmente non quella di inizio del

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3 – La chiesa ed il convento della Madonna dei Lattani.

culto ma solo di insediamento dei Francescani al servizio dello stesso, a seguito di una ricostruzione del precedente tempio romanico attestata da una epigrafe con caratteri gotici del 1430. Peraltro la Bolla Papale del 14.5.1970 fa risalire il culto al VI secolo.

Nel 1580 il tempio era indicato col predicato di S. Maria de Fontibus, per essere edificato immediatamente nei pressi di alcune sorgenti, di cui la più cospicua è oggi captata ed alimenta la fornitura idrica di Gallo, mentre l’altra fornisce il convento e la fontana nel piazzale antistante la chiesa.

Orbene la prossimità ad una fonte è il primo indizio che la dedicazione alla Vergine sostituisca un precedente culto di divinità identificata e connessa con la sorgente stessa, e con una vicina grotta naturale. In antico infatti il culto delle fonti sacre era diffusissimo ed in prova basta ricordare la nota affermazione di Servio: nullus enim fons non sacer. Tale culto con quello degli alberi e delle pietre sacre fu tra i più resistenti alla cristianizzazione, come attestano gli atti di numerosi Concili.

Che anche queste fonti fossero oggetto di culto precristiano è provato dal tramandarsi di antiche credenze e riti. Anzitutto la statua della Madonna è situata esattamente innanzi ad una grotta ed alla sorgente quasi ad intercettare fisicamente il culto alle stesse tributato.

L’acqua poi è intimamente connessa al culto: ancora fino al 1700 essa fluiva in una apposita condotta nella chiesa fino ad una vaschetta da cui i fedeli la attingevano. Il carattere superstizioso del rito doveva essere evidente ed infatti “sembrando quell’uso di poca riverenza per la Chiesa, fu tolto via il detto Fonte”. La conduttura e la vaschetta sono stati ritrovati nei recenti lavori di restauro ed è attestato che “i pellegrini, entrati in chiesa, non ripartivano senz’aver almeno sorseggiato un po’ d’acqua della Madonna”. Il flusso dell’acqua fu deviato nella fontana che sgorga nel cortile ed alla stessa si è trasferita l’antica credenza: “i fidanzati che dopo aver pregato con viva fede ai piedi della Celeste Madre, bevono di quest’acqua, si ameranno sempre ed il loro primo figlio sarà maschio”. Tale credenza è tuttora viva e nel

paese si favoleggia che finanche membri della famiglia Savoia si sarebbero recati a bere dell’acqua miracolosa. Né a queste singolari virtù si arrestano le proprietà dell’acqua ed infatti l’oronimo Ladini, oggi Lattani, del colle che ospita alla sua pendice fonte e Santuario pare collegarsi prima facie ad una efficacia galattologica del luogo e probabilmente della grotta e della fonte rinviando ad un antico culto che proteggeva la sfera della maternità e dell’infanzia. Non è certo un caso se il titolo con cui è conosciuta universalmente la Vergine è quello di Madonna dei Lattani.

Una benefica influenza sulla lattazione è adombrata nella leggenda di fondazione del Santuario: “un giorno un pastorello di nome Francesco Gallo notò che una capretta spariva di mezzo al gregge e tornava verso sera, più grassa e col petto gonfio di latte più di tutte le altre… la seguì… e vide una grossa cassa chiusa, sulla quale un serpente serrava in bocca un mazzo di chiavi… chiamò aiuto e… in molti accorsero alla grotta e aprirono la cassa e rinvennero la sacra immagine della Madonna con il figlio divino tra le braccia”. Il collegamento tra la Madonna ed il latte è chiaramente espresso nella richiamata epigrafe del 1586, e dunque anteriormente al Per-rotta, che nel XVIII secolo ricollegò il titolo di Madonna dei Lattani alla lattifera capretta.

Ciò premesso sul culto della fonte, è da

osservare che meglio andrebbe indagato quanto rimane del culto della grotta – oggi protetta da apposita grata – che continua

ad essere una sorta di santuario parallelo a quello cristiano, visitata dai fedeli che vi depongono fiori ed accendono ceri, ma ad una prima indagine mi hanno assicurato che tuttora continua il rituale descritto dal Canonico Polito nel 1906: “i fedeli gareggiano nelle visite di questa grotta, portandosi via acqua e pietruzze”.

Tale costume è antichissimo ed è testimoniato nella Grotta di S. Michele sul Monte Gargano, ed in Abruzzo, ove le donne di Fara Filiorum Petri, recatesi alla Fonte di S. Eufemia, benefica per la lattazione, ne riportano con sé, a fine di conservarli per devozione, dei ghiaiottoli. Anche a Capodacqua (Settefrati) alla Sorgente del Melfa, ove il Santuario della Madonna di Canneto continua il culto di una divinità italica delle acque, probabilmente Mefite, i devoti sono soliti cercare nell’acqua le stel-lucce della Madonna, piccoli frammenti di pirite lucente da portare con sé per devozione.

Ed infine anche presso la Mefite di An-santo (Rocca S. Felice, Avellino), ove un laghetto ribollente di gas fu sede famosa del culto di Mefitis, tuttora i visitatori del vicino santuario mariano, erede dell’antico culto usano gettare una pietruzza nel lago. È nota la grande devozione degli Italici e degli Ausoni per le fonti, ma già dalla preistoria si tramandavano culti legati alla sfera della maternità in connessione a grotte e sorgenti, e ciò rende difficile individuare l’orizzonte cronologico o etnico in cui con-testuare l’affermarsi di tali devozioni. Solo per fornire qualche esempio limita-

to alle zone contermini a quella di cui ci occupiamo basta ricordare la Grotta di S. Michele Arcangelo sul Montemaggiore, ancora oggi sede di culto, o le stipi votive connesse a fonti in Mondragone, Rocchetta e Croce, Pietramelara, ed in specie la fonte sacra di Iastavello di Teano, frequentata dall’Eneolitico e collegata ad un culto della fecondità durante la prima Età del Ferro. Sempre a Teano una fonte restituì migliaia di monete, evidente indizio di frequentazione cultuale, ed un’altra proteggeva i fanciulli, ed infine nei pressi di Fontana della Regina fu rinvenuta una stipe arcaica.

Tale ulteriore attestazione di culto collegabile ad una fonte dedicata ad una Regina mi ha indotto a postulare la diffusione in antico di un culto di una divinità femminile con caratteri regali connessa alle fonti.

Una prima verifica ha permesso di accertare la diffusione dell’appellativo in relazione a sorgenti ed edifici templari antichi nel territorio appenninico di tradizione sabellica.

Infatti in Abruzzo una Fonte della Regina, in località Valle Regia, è a Villetta Bar-rea, nei pressi era un santuario italico. Altra Sorgente della Regina, da cui scaturisce il Sangro, è a Gioia dei Marsi, in località significativamente denominata Tempio, nel 1117 ivi sorgeva la chiesa di S. Nicolai ad Fontem Reginae. Una terza Fonte della Regina è testimoniata a Cerchio: in tutti questi casi il santuario italico è” stato sostituito nel Medio Evo da un tempio cristiano.

4 – La fonte miracolosa

Del resto nell’areale sabellico, ove si addensano questi toponimi, è attestato, dall’iscrizione osca del Bronzo di Rapino (Chieti), databile al III sec. a.C. il culto di una divinità Regina, Pia, Ceria, Iovia. Ed a tal proposito, ritenuto col Silvestri che il toponimo Gioia sia ricollegabile a un preromano Iovia, appare quantomeno singolare che a Gioia dei Marsi residuino sia tale toponimo che l’idronimo di Fonte della Regina. E d’altro canto lo stesso appellativo Iovia appare collegato ad un idronimo nel casertano: ed infatti nel Tifata è una sorgente chiamata Fontana Giova, in località Giova. Si noti che nell’iscrizione la Regina appare in coppia con Giove, come luno nel tempio capitolino e Mefitis in quello di Rossano di Vaglio.

Non abbiamo elementi sufficienti per identificare con sicurezza l’antica divinità regale e dobbiamo limitarci a delle ipotesi. La più immediata è che si tratti di Mefitis la divinità italica delle sorgenti e delle emissioni solforose venerata a Madonna di Canneto e alla Mefite di Ansante A Roccamonfina siamo infatti su un vulcano e sono facilmente ipotizzabili manifestazioni di vulcanesimo secondario che abbiano potuto determinare l’impianto del culto, e può essere significativo che Mifinum e Mefitis abbiano la stessa radice.

Per la verità non abbiamo testimonianze inoppugnabili che Mefitis avesse attributi regali, ma in questo senso è un indizio toponomastico: presso Ariano Irpino, ove è testimoniato il culto di Mefitis, era una mofeta, e poco distante era una altra “fonte di acqua muriatica a base calcarea, assai torbida”, sita in contrada S. Regina. Dunque ancora una volta una Santa Regina era associata ad una fonte che per le sue esalazioni sembrerebbe sede ideale del culto di Mefitis. Più consistente forse un altro indizio: Servio ci informa sulle speculazioni teologiche ed antiquarie su tale divinità per poi concludere che i più la identificavano con Giunone. Orbene tra i numerosi attributi di Giunone era quello di Regina, col quale proteggeva lo stato romano, avendo una sua cella nel tempio Capitolino, accanto a quella di Giove. Anche nel santuario di Rossano di Vaglio Mefitis è associata a Giove ed ambedue sono indicati come “Re, Sovrani”. Può darsi che proprio la qualifica di Regina di Mefitis abbia

favorito la sua identificazione con Iuno, e del resto non mancano altri punti di contatto: a Rossano Mefitis appare come protettrice delle capre, proprio come Giunone uno dei cui appellativi era di Iuno Capro fina. Sarebbe forse il caso di verificare meglio se il ruolo della capretta nell’inventio della statua della Madonna dei Lattani non nasconda un antico legame tra l’animale ed il culto. Nella letteratura agiografica sono numerosi gli esempi di animali che contribuiscono con una condotta anomala alla scoperta di sacre immagini od al radicarsi del culto in un luogo: ad es. dai buoi che a Larino impedirono, col rifiuto di muoversi, il trasferimento del corpo di S. Pardo, al bue che inginocchiandosi in preghiera avrebbe causato la scoperta dell’immagine della Madonna della Vigna in Pie-travairano. L’apparizione della Madonna a pastorelli è addirittura un topos, ma è meno consueta la presenza in tali racconti della capra il cui maschio è, anzi, nella letteratura giudaicocristiana simbolo delle forze del male. Nel caso di specie poi l’animale anziché favorire la sacra epifania con un comportamento atipico appare come diretto beneficiario di positiva influenza. Né è chiara nella leggenda la funzione del serpente anch’esso collegato alle forze demoniache ed in antico tipico attributo delle divinità ctonie, cui Mefitis pure apparteneva. La presenza del serpente nella leggenda della Madonna dei Lattani ha fatto ipotizzare agli stessi religiosi francescani “una sostituzione di culto” col sovrapporsi della devozione della Vergine a quella della “mi-

tica ninfa Marica, Opi o Cerere”. E pare evidente che la pia leggenda è stata costruita per assimilare nel culto mariano dei dati storicamente presenti nel culto antico perpetuatosi.

A favore di una identificazione con Mefitis vi è poi la tradizione di precedere la statua camminando all’indietro che si ritrova nel nostro santuario e a S. Maria di Canneto; oltre all’uso delle pietruzze votive, qui come a S. Maria di Canneto ed alla Mefite di Ansante. Altro punto di contatto con questi santuari è l’essere posti in luoghi alpestri e romiti sicché la nascita dei relativi culti non deve inquadrarsi in una realtà urbana ma agropastorale.

Peraltro non può sottacersi che la rappresentazione della Vergine dei Lattani in trono e munita di diadema è analoga a quella di Iuno Regina e che la protezione accordata ai fidanzati ed alla prole ben si addice a Iuno che oltre che Regina è anche Pronuba (ma anche a Madonna di Canneto le giovani coppie si recano in pellegrinaggio alla fonte, tenendosi per mano e bagnandosi). Per non dire della benefica influenza sulla salute e lattazione della capra probabilmente tipica di Iuno Caproti-na come di Mefitis Capronia.

Naturalmente tali ipotesi necessitano di una più puntuale verifica, impossibile in queste pagine, utili, semmai, a stimolare la ricerca, e cui affidiamo qualche altra notazione. Il Monte S. Croce, a dire del Pernotta, era anticamente chiamato Gerro (ed in effetti nel citato rogito del 936 è menzione del Cerretu planu), ora il nome potrebbe

derivare da un bosco di cerri, ma una pronunzia gutturale potrebbe restituire un Mons Ker(i)o, ovvero dedicato ad una div-nità ceria, poi esaugurato con la dedicazione alla S. Croce, secondo una consuetudine più volte testimoniata.

Inoltre su tale monte, che sovrasta Roccamonfina e si interpone tra il Colle dei Lattani e il Monte Frascara (che ospita l’Orto della Regina) si svolgeva sino al medioevo una importante fiera di bestiame ed è noto il rapporto che in antico collegava il santuario alle fiere. Del resto la stessa dedica del Monte la Frascara a S. Barbato potrebbe derivare da una ridedicazione esaugurale di un culto più antico, sostituito da quello del Santo Vescovo beneventano che estirpò le superstizioni dei Longobardi.

Naturalmente non può escludersi che la scomoda fiera sulla sommità del M. S. Croce risalga al medioevo, quando l’altopiano era abitato, e sia continuata poi in connessione al culto praticato nel santuario ancora visibile nei suoi ruderi qualche secolo or sono. Di fatto gli storici di Roccamonfina registrano che la fiera era intimamente legata alla omonima chiesa sul monte e decadde col crollo dell’edificio. Tuttavia la frequentazione dell’altopiano del M.S. Croce risale certamente all’epoca preromana, poiché esso era difeso da mura megalitiche, oggi in massima parte distrutte.

Tali fortificazioni esistevano certamente al tempo delle guerre sannitiche e sicuramente furono impiegate nel corso di quasi un secolo di guerre.

Narra Livio che le ostilità ebbero inizio con l’attacco dei Sanniti a Teanum Sidici-num nel 343 a.C. Teanum si rivolse per aiuto a Capua che invocò l’intervento romano. La cessazione del primo conflitto tra Sanniti e Romani non coincise col ritorno della pace in queste zone, poiché nel trattato fu espressamente convenuto che i Sanniti potessero proseguire le ostilità contro Teanum.

Ma i Sidicini furono pronti ad allearsi con Latini, Campani, Aurunci e Volsci costituendo un blocco ostile sia ai Romani che ai Sanniti. Scoppiò così la ed. Guerra Latina che ebbe il suo scontro determinante “alle falde del monte Vesuvio sulla via che conduce a Veserim”.

I commentatori di Livio hanno in genere identificato il Vesuvio col vulcano nei pressi di Napoli ed il Veserìs con un fiumi-cello nei pressi di Sarno. Ma il Pareti ha autorevolmente proposto che “al toponimo, comunemente correlato al Vesuvio, sia sostituito qualche altro monte o fiume quasi omofonici, nella zona di Capua, Vescia, come il Vescino (Massico) o un altro monte vulcanico scambiato col Vesuvio, come Roccamonfina, forse tenendo conto che i due gruppi vulcanici si rassomigliano”. Ed il Maiuri, tenendo per buona l’indicazione di Aurelio Vittore che il Veseris fosse un fiume identificò lo stesso con l’Ausente, il secondo corso fluviale della regione dopo il Liri.

Ma in verità l’idronimo Ausente appare così antico con la sua radice ausa — fonte = rivo, completata dal suffisso nte, tipico

di molti idronimi italici {Truentum, Arven-tum, Ofantum) da non sembrare probabile che si sia sostituito in tempi recenziori al-l’idronimo Veseris. Peraltro quest’ultimo né per radice né per suffisso appare un idronimo, sembrando piuttosto corradicale a nomi come Vescia, Vescinus (Ager, Sal-tus), Vescinae Aquae, e forse a (S)uessa e a (Sin)uessa, tutti diffusi nell’area vulcanica del Roccamonfina, del Massico ed intorno al Liri.

D’altro canto appare più probabile che la guerra si sia combattuta attorno al Roccamonfina, anziché presso il Vesuvio. Non è credibile infatti che i Romani avessero interesse o possibilità di spingersi così lontano, né, d’altronde, è da credere che i confederati li avrebbero lasciati arrivare e scorazzare indisturbati per la pianura campana, sino al suo limite estremo costituito dal Vesuvio.

Anzi la stretta valle del Liri più volte nei secoli è apparsa il luogo adatto a bloccare eserciti intenti a scendere o risalire il centro della penisola: basti pensare al blocco di Mignano tentato nel 1734 dagli Austriaci del Traun contro gli Spagnoli, ed alla battaglia di Montecassino nella ultima guerra. Inoltre le successive operazioni si svolsero certo nell’Agro Vescino poiché la battaglia decisiva ebbe luogo tra “Sinuessa e Min-turnae”, a Trifanum, luogo di cui non conosciamo la esatta ubicazione, ma la cui etimologia “tre templi”, probabile calco di un corrispondente vocabolo ausone, potrebbe evidenziare il carattere di luogo sacro ed a un tempo di capitale^ politica degli

Aurunci.

Se, come pare, è corretta la lettura del brano di Livio proposta dal Pareti, ed è probabile la pertinenza del vocabolo Vesu-vius all’area del Roccamonfina, potrebbe addirittura pensarsi che il vocabolo indicasse in antico il vulcano, ma non può escludersi che la somiglianza dei rilievi e magari la persistenza di qualche fenomeno vulcanico abbia indotto in errore Livio o la sua fonte facendogli ribattezzare il Roccamonfina col nome del vulcano napoletano.

Ma pur se non si consente col Pareti è indiscutibile che nel IV sec. a.C. l’area del Roccamonfina costituisse zona nevralgica. Inoltre, pur se non conosciamo nei dettagli gli accadimenti, deve ritenersi, una volta ammesso l’anacronismo della guerra Au-runco-Sidicina nell’epoca indicata da Livio, assai probabile che Caleni, Ausoni e Sidici-ni si consorziassero per loro difesa in funzione antiromana. Livio, infatti, nel capitolo immediatamente successivo a quello in cui narra della guerra aurunco-sidicina, parla della alleanza politica e militare tra Ausoni di Cales e Sidicini. E non dovè trattarsi di facile impresa per i Romani avere ragione della coalizione se Livio nel narrare le guerre contro i Sidicini si tiene assai nel vago e mostra evidente impaccio: i Romani sono padroni del territorio fin sotto le mura della città, sicché i Sidicini sarebbero assediati ed a mal partito, ma subito dopo si legge di un grande esercito sidici-no che ingenerò un tal timore da provocare la nomina di un Dittatore. Il topos degli scrupoli religiosi che sarebbero seguiti è

Tav. Ili – Le mura dell’Orto della Regina

poi quello di cui si serve lo storico quando non vuol parlare di sconfitte o di inerzia dei Romani.

Non vi è dubbio che nel corso di queste vicende le cinte del Monte S. Croce e del Monte Frascara furono utilizzate, e la Conta ha ipotizzato che le incursioni sanniti-

che nell’agro Falerno e Vescino degli anni 296 e 295 a.C. si siano snodate lungo gli ombrosi sentieri del Roccamonfina ed ha rilevato tracce di incendio nella cinta di Monte Frascara che potrebbero far pensare ad un episodio bellico. Ma a questo proposito converrà esser prudenti: un incen-

dio boschivo o l’uso per carbonaia del piano interno alle mura potrebbero togliere ogni valore di testimonianza di un episodio bellico al dato obiettivo.

Probabilmente le cinte furono riutilizzate ancora nel II sec. a.C. allorché Annibale spadroneggiava nei territori romani dell’agro Falerno, mentre Fabio Massimo tentava di imbottigliarlo tra il Volturno, il Massico ed il Montemaggiore. Livio infatti ci è testimone di un saccheggio nell’agro sidicino durato un giorno intero. È però lecito ritenere che la furia cartaginese si sia accanita sulla meno difendibile pianura si-dicina anziché sulle munite rocche montane. Ed infatti sono state trovate tracce della violenta distruzione di templi a Presen-zano (Rufrae) dovuta probabilmente alla populatio annibalica.

Del pari gli eventi della Guerra Civile sfiorarono marginalmente questo territorio poiché si ha solo il ricordo di un abboccamento tra i comandanti degli eserciti delle due fazioni tra Teanum e Cales, conclusosi… col passaggio delle truppe di Scipione nel campo avverso.

Il lungo periodo di pace consentì a Teanum e Suessa di fiorire in età tardorepub-blicana e imperiale, al punto di indebolire probabilmente la antica tipologia insediati-va per vici, divenendo città estese e cospicue, veri poli del territorio circostante.

Fu allora che le acque del Roccamonfina vennero captate e condotte in Teanum con una opera idraulica restata in funzione per secoli, nota per essere stata sabotata dal famoso brigante Papone, capomassa della

Tav. IV-L’acquedotto romano della Surienza: muratura in opera reticolata del I sec. a.C.

rivolta antispagnola, dopo che questi aveva preso Conca e Roccamonfina, durante l’assedio di Teano. Il toponimo Masseria dell’Acquarotta ricorda ancora il guasto dato dal brigante che proprio dall’assedio di Teano vide capovolgersi le sue fortune. Dovevano invece dividersi tra Suessa e Teanum le acque della Surienza, poiché il cunicolo di captazione con due pendenze distribuisce le acque verso ovest ed est. Se anche in età medievale si fossero così salomonicamente ripartite le acque si sarebbero evitate secolari liti tra Sessa, Teano e Roccamonfina. Iniziate ai tempi di Guglielmo il Normanno furono agitate davanti a Federico II e in epoca aragonese e finan-

Tav. V- L’acquedotto: il tratto restaurato con i blocchi di tufo recanti le iscrizioni osche e latine.

che davanti ai comandanti militari delle truppe di occupazione francese, ai primi dell’Ottocento, e le polemiche relative durano eterne nelle pagine del Perrotta, del De Masi Del Pezzo e del Pezzullo.

Tuttavia l’ombrosa pendice del vulcano non rimase deserta quando il fenomeno di inurbamento dovè toccare l’apogeo poiché continuò un intenso sfruttamento del territorio: una via basolata di cui restano tracce saliva da Suessa per il valico delle Forche, ed è nota già agli eruditi dei secoli scorsi come via Roccolana. Altra simile strada conduceva a Teano rasentando le pendici di Monte Atano. E’ dunque lecito supporre che un notevole traffico di armenti, carbone vegetale, di legna e di pali

e pertiche per i vigneti Falerni e Caleni si svolgesse lungo le mulattiere che collegavano le città alla sommità del Massiccio. Ed è possibile che già in età romana la densa ombra del castagno abbia ammantato le rocce del vulcano, mentre sulle basse e medie pendici dovè allignare la coltivazione dell’olivo e della vite a somiglianza di quanto avveniva sulle coste del Massico e del Montemaggiore.

È però da avvertire che, forse per la insufficiente ricerca sul territorio, non si conoscono oggi, salvo che a Ponte, resti di villae rusticae, numerose e con pretese di monumentalità espresse dalle alte sostruzione megalitiche, sul Massico, in agro di Suessa e di Cales.

Unica altra testimonianza è la frammentata frase di un epigrafe rinvenuta nel 1883 in una casa di Roccamonfina, che sarebbe d’uopo rintracciare, che recitava:

PHILOMUSO … AE SECUNDAE

Anche se la scarsità di prediali romani fa sospettare un diradamento della popolazione di certo non venne meno la continuità abitativa, grazie alla quale si son potuti tramandare i toponimi preromani, né in età tardo imperiale né in età medievale.

Anzi probabilmente nel meriggio dell’impero e nella lunga notte delle invasioni barbariche le città si contrassero e riacquistò vigore l’insediamento sparso. I toponimi Gallo e Galluccio, senza dubbio derivati dal germanico wuald = bosco, testimonia-

no dei villaggi longobardi sorti ai margini delle selve. Controprova dell’esistenza di Gallo in età longobarda è data dalla dedicazione della parrocchiale a S. Michele Arcangelo, patrono delle genti longobarde.

In epoca longobarda Roccamonfina era parte del Gastaldato di Teano, erede della urbis romana, e ne seguì fasti e sventure. Queste ultime imperversarono particolarmente allorché nel IX sec. dal vicino campo trincerato del Garigliano masnade di Islamici tormentarono l’Italia centro-meridionale. Infatti tradizione e toponimi testimoniano di insediamenti di Saraceni nel nostro territorio.

La piana nei pressi di Tavola è detta dei Saraceni e la tradizione indica ancora col nome di Campo della Battaglia il luogo in cui essi furono annientati. Un luogo detto Castelluzzo Saracinisco è testimoniato al confine del territorio di Sessa con quello teanese, nell’anno 1032, in una bolla di Adenulfo Arcivescovo di Capua, ed una porta di Sessa era detta Saracena. Saraceni è il nome di una frazione di Conca della Campania, ove pure ancora si narra degli antichi e crudeli Arabi e del combattimento che li distrusse con le loro famiglie.

Lo stesso toponimo torna in una località in tenimento di Torà e Piccilli, sicché è lecito pensare che i Saraceni, intimorite o travolte, o forse alleatisi, alle città di Sues-sa e Teanum si fossero installati sul vulcano per farne base per le loro scorrerie nell’interno. Del resto il Roccamonfina è un punto nodale per le comunicazioni tra la foce del Garigliano, ove era il ribat sara-

5 – Le milizie corrono all’assalto della Rocca e di un casale.

ceno, e le valli del Liri, del Sacco e quella del Volturno, da cui i Saraceni traevano ingenti masse di bottino e schiavi.

Occorse una crociata guidata personalmente dal Papa per sterminare la colonia del Garigliano e probabilmente solo allora furono bonificate queste plaghe dagli Islamici dei quali rimangono ancora oggi il nome e la leggenda a ricordo dell’antico terrore.

Ma la scomparsa degli Arabi non significò l’avvento di una duratura pace per questo territorio coinvolto nelle dilanianti lotte tra i magnati longobardi.

Infatti Landolfo, Signore di Capua, fu ucciso in una congiura cui non fu estraneo il fratello Laidolfo, Conte di Teano, che lo

6- Un casale saccheggiato dalle soldatesche.

sostituì. Il delitto ebbe enorme risonanza. Gli Abati di Montecassino e di S. Vincenzo al Volturno sollecitarono l’intervento imperiale ed il Marchese Ugo di Toscana, luogotenente di Ottone III, scese in Terra di Lavoro con forte esercito. Era l’anno 993. Ugo e Trasamundo, Conte di Chieti, assediarono Capua per alcuni giorni, poi si ritirarono in Mefino, sicura base per essere da oltre un secolo curtis dei Volturnensi ed otticamente collegata con Montecassino, e da Mefino furono condotte operazioni belliche e trattative, qui furono giudicati gli assassini di Landolfo e condannati al capestro.

Altri episodi bellici ci sono tramandati dalle cronache. Nel 1139 sulle pendici del

vulcano accadde un evento di storica rilevanza per il Meridione: Papa Innocenzo III che assediava Galluccio cadde prigioniero di Ruggero il Normanno che a Romano Pontefice quicquid voluit accepit, sive ex-torsit.

Dopo circa un secolo, nel 1229, per le antiche calli del monte sfilava di nuovo un esercito pontificio in rotta, quello dei Cla-visegnati condotti dal Cardinale Pelagio, come narra Riccardo di S. Germano nella sua Chronica: dictus vero Pelagius Alba-nensis Episcopus et Rex quondam Iheroso-limitanus, per Mefinum iter habentes, cum toto exercitu Minianum venerunt, et inde celeri fuga petierunt Sanctum Germanum.

Tramanda infine una cronaca aragonese che nel 1496 a di 12 marzo de sabbato venne nuova, come lo Signor don Federico ha-veva fatto ponere a sacco et a fuoco e tutta dispianar Pietramolar a… et in li dì passati fo sacchiata la Rocca di Montini (Roccamonfina).

Forse un ricordo del saccheggio è nell’affresco della Vita della Vergine nel Santuario: sullo sfondo della Crocefissione è un paesaggio di monti e colline in cui si dispongono due casali ed una Rocca: una teoria di armigeri a piedi e cavallo, mentre ancora durano zuffe nei pressi di un villaggio, si affretta a assalire gli altri abitati.

A questo punto, dopo aver rilevato che la cronaca medievale ci attesta un’altra delle deformazioni toponomastiche dell’antico Mifinum, paghi di averlo condotto col nostro racconto sino alle soglie dell’età moderna ci congediamo dal lettore. Non senza

averlo invitato a visitare, magari privilegiando i sentieri alle comode rotabili, o tagliando attraverso i curatissimi boschi, le maestose mura dell’Orto della Regina o il nitido santuario gotico della Vergine dei Lattani.

Durante il cammino l’ombra augusta dei castagni, il perenne stormire delle foglie, il chiacchierio delle sorgenti, e l’incanto della natura incorrotta lo porterà in una dimensione di arcadica pace ed equilibrio in cui quasi non vi è posto per gli affanni. Né lo turberà l’imponente apparecchio ciclopico delle mura o la scura penombra del santuario. Varranno solo a richiamargli la millenaria vicenda di guerra e pace, di devozione ed arte che ininterrotta, dai tempi antichissimi ha investito sin sulle somme cime il vulcano di Roccamonfina.

Domenico Caiazza

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ROCCAMONFINA: ORTO DELLA REGINA

Il Massiccio vulcanico di Roccamonfina, che per altitudine è il quinto vulcano italiano, nell’antichità costituiva una barriera naturale di enorme importanza strategica, disposto com’era tra le valli del Liri e del Volturno.

Per tale ragione sulle cime del monte S. Croce che rappresenta il cono terminale del vulcano e su quella più antica del monte Frascara, furono impiantate due cinte fortificate.

Tali fortificazioni presentano strette analogie tipologiche con strutture difensive di altri popoli italici e testimoniano forme d’insediamento di comunità preromane.

Essenzialmente svolgevano funzioni di controllo d’importanti vie di comunicazioni e di zone vitali dal punto di vista militare ed economico.

In caso di pericolo, le cinte più complesse, costituivano centri di raccordo e di rifugio per gli abitanti dei villaggi sparsi, in genere, nelle zone pianeggianti.

Le fortificazioni del monte S. Croce e del monte Frascara, sono in stretto rapporto con altre cinte megalitiche, presenti numerose nella Campania settentrionale, arroccate, per lo più, sulle vette dei monti Tre-bulani e del massiccio del Matese, difficilmente raggiungibili ed individuabili per gli impervi sentieri d’accesso e l’intricata vegetazione.

Entrambi i recinti di Roccamonfina, per la loro disposizione sulla sommità di alture isolate, per la semplicità strutturale e le modeste dimensioni, costituivano punti di vedetta e di segnalazione in condizioni d’interdipendenza e concatenazione con i centri fortificati di monte Cicoli, monte Castellone sopra la Colla, di Presenzano e di Vairano, di Piedimonte e Castello Matese.

Il recinto megalitico di monte Frascara denominato in età medioevale Orto della Regina, e quello di monte S. Croce, detto anche monte Fino o di Fina da una leggendaria fanciulla, figlia di Teles, fratello dell’Imperatore Filippo l’Arabo che vi avrebbe dimorato, sono immersi in una folta vegetazione, costituita da castagneto a bosco ceduo.

La cinta dell’Orto della Regina, posta a quota 928 sul livello del mare, non è molto estesa; l’andamento del recinto, assume all’incirca la forma di un poligono irregolare dai lati molto disuguali che delimitano


pianta dell’orto della regina

Sezione N-S dell’Orto della Regina

talora angoli ottusi, talora angoli retti. La lunghezza massima interna è di m. 71, mentre la larghezza è di m. 35. Il recinto di m. 180 circa di perimetro, racchiude un’area di poco inferiore ai 2.500 mq.

Costruita in modo da recingere la sommità della vetta, anche se non la più alta del monte Frascara, la cinta è adattata alla conformazione orografica della stessa, includendo nel tracciato in più tratti e soprattutto lungo il lato orientale, grosse sporgenze di roccia che raggiungono anche l’altezza di più di 3 metri.

Il recinto si presenta abbastanza ben conservato, anche se, in alcuni punti del tracciato, si sono verificati crolli e aperti varchi per l’usura del tempo e soprattutto per la spinta delle radici degli alti alberi di

castagno che, numerosi, cospargono la superficie interna ed esterna alle mura.

La struttura muraria è in tecnica poligonale di grossi blocchi di trachite, dalle dimensioni le più varie (m. 0,53 X 0,90; 0,99 X 1,65; 1,60 X 2,10).

Nei tratti meglio conservati, presenta lo spessore di circa m. 2. Il paramento esterno è costituito con blocchi a faccia abbastanza levigata, dai contorni irregolari, sovrapposti senza malta, tenuti insieme dal loro stesso peso, con gli interstizi riempiti da pietre più piccole per lo più scaglie dei blocchi cavati e lavorati sul posto, spianando la sommità della vetta, come attestato dal saggio di scavo effettuato sul terrapieno, in modo da lavorare con più facilità ed ottenere nel contempo un livellamento della superficie interna.

La cortina è rincalzata al suo interno da filari di blocchi, grossolanamente sbozzati, di dimensioni varie ma molto più piccole delle dimensioni dei blocchi esterni.

La loro coesione è fortemente alterata dall’incunearsi tra i filari esterni e quelli di rincalzo di grosse radici di alberi di castagno. La fortificazione si conserva per un’altezza di m. 4 nel lato occidentale, il meglio conservato, quello costruito con più accuratezza e solidità, i cui primi blocchi di fondazione poggiano sullo strato di roccia vulcanica a meno di 1 m. di profondità dell’attuale piano di calpestio. Sul versante orientale la cinta è meno solida, si conserva per un’altezza media di m. 2,50 e scende con la fondazione a quasi m. 2 di

profondità, nello strato di roccia vulcanica come messo in evidenza dal saggio di scavo effettuato a circa 40 m. a Nord dell’ingresso.

Tale saggio ha messo in luce un insolito allineamento verticale di blocchi, forse punto di incontro di maestranze avanzanti da opposte direzioni o disposizione dei blocchi per la creazione di una postierla poi non realizzata. L’attenta analisi del recinto murario, ha tuttavia escluso l’esistenza di postierle.

L’unico ingresso si colloca a Sud-Est. La porta, larga m. 4,00, dà accesso ad un lungo corridoio, costituito forse in antico da una leggera salita, tra il lato meridionale della cinta e una rientranza dal lato orientale che forma un bastione alto m. 3 e lun-

go m. 10,40.

Il rinvenimento di numerosi frammenti di tegole sul battuto pavimentale del corridoio d’ingresso, inducono a pensare alla possibile esistenza al di sopra delle mura di opere in legno (palizzate con tettoia di copertura a tegole).

La fortificazione del M. Frascara, come quella del M. S. Croce nota fin dal ‘600 a storici locali e stranieri, fu oggetto di diverse interpretazioni, alcuni vi riconobbero il sito di antiche città aurunche, altri di aree sacre. La completa messa in luce del recinto con l’assenza di tracce evidenti di costruzioni, quali, cisterne, edifici, fanno escludere che la cinta abbia costituito un abitato stabile, centro di raccordo e di rifugio per gli abitanti della pianura. Per le sue modeste dimensioni, per la sua elevata posizione, è da ritenere un vero e proprio osservatorio militare che in raccordo con altri centri fortificati assolveva essenzialmente la funzione di controllo sistematico di aree di confine dal valore strategico ed economico indiscusso, comprese tra le valli del Liri e del Volturno, e attraversate da naturali vie di comunicazioni.

Gli elementi raccolti con l’indagine archeologica non sono determinanti ai fini di una cronologia precisa, come non è d’aiuto l’analisi della tipologia costruttiva in assenza di particolarità tecniche e decorative.

Tuttavia, una proposta di datazione è possibile sulla base degli avvenimenti storici che hanno interessato nel tempo il territorio settentrionale dell’attuale provincia

di Caserta.

I recinti del massiccio di Roccamonfina, nonstante le indubbie analogie con cinte preistoriche e protostoriche, non risalgono ad età antichissime come si riteneva in passato, quando si legava alla tecnica costruttiva l’aggettivo di pelasgico o ciclopico a volerne sottolineare l’origine remota.

Si pensa di poter anche affermare che tali costruzioni non appartengono neanche al popolo Ausone-Aurunco, che nel corso del V sec. aveva visto limitato il proprio territorio dal popolo dei Sidicini che, a loro volta, tra la fine del V sec. e la prima metà del IV sec, finiscono per rientrare nell’orbita dei Sanniti.

Questi ultimi, che dopo l’occupazione della Campania centro-meridionale, costituivano, la più vasta unità politica del tempo, agli inizi del IV sec. si espansero ad occidente fino a raggiungere la riva sinistra del Liri.

Pertanto, costretti a fronteggiare la contemporanea avanzata romana approntarono un sistema di attrezzature difensive, costituito da osservatori militari a difesa di centri maggiori.

Colonna Passavo

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DESCRIZIONE DELL’INTERVENTO

il sentiero

La fortificazione antica ed. “Orto della Regina” è sita sull’orlo craterico del massiccio vulcanico di Roccamonfina a quota m. 928, distinta nella cartografia I.G.M. (tavoletta Suio, F. 171) come monte La Fra-scara. Essa è posta in mezzo ad una folta vegetazione costituita prevalentemente da castagneto a bosco ceduo, inaccessibile. È stato quindi necessario, come prima opera, realizzare una stradina-sentiero che, partendo dal piazzale a valle già esistente, raggiunge la vetta e quindi la cinta mura­ria.

L’articolazione del sentiero consente “una passeggiata archeologico-ambientale” e la visione panoramica, da punti di bella vista, del cono vulcanico e del versante montagnoso. La stradina è stata realizzata a modo di gradonata naturale (essendo l’in­tera zona soggetta a vincolo idrogeologico) di larghezza media di circa 1,20 metri; le indispensabili opere di contenimento, para­petti e gradoni sono in legno di castagno, di gradevole aspetto, e si inseriscono nel contesto territoriale in maniera armonica. La pulizia generale e il disboscamento parziale della zona interna alla cerchia an­tica hanno consentito di poter scegliere con cura l’area soggetta allo scavo archeo­logico, che è stato spinto fino agli strati di materiali piroclastici.

L’intervento realizzato si inquadra in un generale piano di riequilibrio e valorizza­zione delle zone interne promosso e finan­ziato dalla ex Cassa per il Mezzogiorno.

 

tratto da opuscolo “ROCCAMONFINA ORTO DELLA REGINA”

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