La Rocca Monfina

La Rocca Monfina

48aLa storia e l’evoluzione del castello e del feudo di Roccamonfina sono state oggetto di una approfondita ricerca, che ha avuto come esito, nel 2000, la pubblicazione di un prezioso volume, a cui si rimanda per qualsiasi dettaglio descrittivo e documentario. In questa sede, si ritiene opportuno, per ovvie necessità di sintesi, descriverne i tratti essenziali.

Il primo documento che menzio­na il territorio di Roccamonfina è un atto stipulato a Benevento il 31 dicem­bre 800. Nel lascito che Imed Tandanco, figlio di Teupo, fece al mona­stero di S. Benedetto di Montecassino erano annoverate tre selve ubicate presso s. Giustino tra Mefino e Patenara.

In un altro documento del settem­bre 936 è nominato un contenzioso territoriale riguardante una pec/’a de terra ad Mifinu di cui si descrivono i confini e tale descrizione non lascia alcun dubbi circa l’identificazione del territorio, dal momento che vengono nominati il Savone, i Lattani e Cerreto Piano. Lo stesso documento consente di essere certi che nel 936 l’attuale Roccamonfina era solo una pecia de terra, a meno che Mifinu non fosse già il nome del castello, ma ciò sembra molto improbabile considerata l’anti­chità del documento e l’assenza di rife­rimenti espliciti a strutture fortificate.

Bisogna attendere il secolo XII, precisamente l’anno 1171, per trovare menzione del toponimo completo Rocce Montini nel documento con cui

Roberto, Conte di Caserta, Gran Connestabile di Puglia e di Terra di Lavoro e Gran Giustiziere, si pronun­ziò nella lite dibattutasi tra Sessa e Teano per la concessione dell’acqua del Pozzillo di Roccamonfina. Ciò prova che in tale anno una struttura fortificata, una Rocca di Montino, era già esistente.

L’epoca di costruzione della rocca si deve dunque chiudere nell’in­tervallo cronologico fra il 936 e il 1171, cioè in un’epoca ormai lontana dalle scorrerie dei Saraceni, sconfitti defini­tivamente nel 915. Si è perciò propen­si a credere che la valenza dell’im­pianto fortificato originario sia stata di carattere più strategico che difensivo.

Costruito, dunque, in epoca nor­manna, il castello di Roccamonfina venne a far parte del Regio Demanio della Corona Sveva e fu nominato da Federico II di Svevia nel Mandatum prò reparatione castrorum imperialium (1231) tra quelli obbligati a collaborare al restauro del castello di Sessa insie­me con i casali limitrofi.

Il castello e il feudo di Rocca­monfina, spesso frazionato in varie pro­prietà, ebbe, nel corso dei secoli, illustri possessori. Tra essi spiccano gli espo­nenti delle famiglie Galluccio, Marzano e De Capua.

Nella guerra del novembre 1347, tra Goffredo Marzano, partigiano della regina di Napoli, Giovanna I d’Angiò, e le truppe del re Ludovico d’Ungheria, quasi certamente il territorio di Roccamonfina fu teatro di scontri.

Il 13 (o 15) aprile 1352 Giovanna I d’Angiò concesse alla Terra di

Roccamonfina, su richiesta del feuda­tario Goffredo di Marzano, di tenere un mercato ed una fiera annua sul Monte Santa Croce.

Dal 1507 il re Ferdinando il Cattolico concesse la Terra di Rocca­monfina, che dalla seconda metà del sec. XIV era stata inglobata nel Du­cato di Sessa, al gran capitano Con­salvo Fernandez di Cordova per li ser­vita grandissimi prestati.

Nel 1618 il feudo di Rocca Mon- fina, che era appartenuto a Luigi Ca­rata della Marra, principe di Stigliano, passò ad Elena Aldobrandini, duches­sa di Mondragone.

Nell’ottobre 1620, a Roccamon­fina scoppiò la peste. La terribile epi­demia, che durò fino al mese di luglio dell’anno successivo, fece numerose vittime.

Venuto a far parte della Regia Corte, nel 1756 il feudo di Roccamon­fina fu acquistato da Andrea Casimiro d’Ambrosio, principe di Marzano.

La nobile «famiglia d’Ambrosio de’ duchi di Quadri» (L. Giustiniani) lo tenne fino all’eversione della feudalità.

Se si fa eccezione per le prime fortificazioni, le quali, qui come altrove dovettero essere di materiale deperibi­le, l’abitato fortificato più antico dovet­te presentarsi, allora come oggi, come un castrum abbastanza omogeneo, circondato da un profondo fossato, cinto da mura turrite e avente come unica struttura dominante il mastio.

Un sostanziale potenziamento e, quindi, sensibili modifiche strutturali, il borgo fortificato le subì certamente nel novembre del 1347 quando il feudata­rio Goffredo Marzano impegnato nella guerra contro Ludovico d’Ungheria, «omnia sua castra optime muniebat».

Tutte le torri, realizzate con mate­riali vulcanici locali, erano a base qua­drata, di volumetria interna limitata e allineate in modo da fiancheggiare e difendere bene i varchi d’accesso all’abitato intra moenia. Solo alcune di esse sopravvivono e sono fortemente rimaneggiate nelle strutture e nell’a­spetto. Tutto l’impianto difensivo oggi osservabile, infatti, ha un aspetto sette/ottocentesco, ma conserva, a tratti, i segni della sua antichità nei resti delle strutture di una delle tre porte, negli stemmi araldici della fami­glia Marzano presenti in più parti del borgo, nei resti strutturali di alcune delle torri e delle murature superstiti delle cortine, in alcuni beccatelli e in rari, ma pregevoli elementi decorativi.

fonte. C.M.M.S.C.

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