Il vulcano di Roccamonfina

 VULCANO DI ROCCAMONFINA 1   

vulcano

Introduzione

Il vulcano spento di Roccamonfina ricade completamente nella provìncia di Caserta ed è ripartito nei fogli al 100.000 Cassino (160), Isernia (161), Gaeta (171) e Caserta (172); esso è compreso tra le Valli dei fiumi Garigliano a NW e Volturno a SE ed è circondato dai rilievi carbonatici mesozoici di Presenzano (M. Cèsima.) e di Rocca d’Evandro (M. Camino) a N, di Suio (M. Maio) ad W, di Mondragone (M. Massico) a S e di Pietramelara (M. Maggiore) ad E.

Il Roccamonfina, con una superficie di circa* 450 Kmq, rappresenta, per dimensioni planimetriche, il quarto vulcano italiano, mentre per altitudine (q. 1006) è il quinto dopo l’Etna, il Vulture, il Vesuvio e l’Amiata.

Completamente separato dal vulcanismo ernico, cioè dal più vicino apparato vulcanico della provincia magmatica romana, il Roccamonfina non presenta rapporti stratigrafici diretti neppure con i prodotti dei Campi Flegrei e del Vesuvio. L’elemento che ne stabilisce un collegamento, anche se solo in superficie, è rappresentato dalla coltre ignimbritica del [1][2]

« tufo grigio campano », la cui continuità è interrotta dalla sola valle del basso Volturno, ed i cui caratteri petrografici rimangono costanti in tutta la Campania.

Secondo Burri (1948) il Roccamonfina appartiene petrograficamente alla provincia magmatica campana, con i Campi Flegrei, il Vesuvio, le Isole Pontine, Ischia e Procida, e ne rappresenta il gruppo vulcanico più settentrionale.

Da un punto di vista strutturale il vulcano aurunco sembra, invece più strettamente collegato con il vulcanismo tosco-laziale, in quanto si inserisce sul prolungamento dell’allineamento, a direzione appenninica,

  1. Amiata-Vulcano Laziale, mentre resta al di fuori dell’allineamento campano, disposto circa in direzione E-W, comprendente le Ìsole Pontine l’Ìsola d’Ischia, i Campi Fiegrei, il Vesuvio e il Vulture.

mappa-parco

Cenni storici

  1. Pilla (1795) è il primo autore che si è interessato, anche se molto sommariamente, dei « vulcani estinti di Roccamonfina, Sessa e Teano ». Le prime accurate osservazioni su queste contrade sono però opera di Breislak (1798), il quale mette in evidenza anche la somiglianza strutturale tra gli apparati del Vesuvio-Somma e del S. Croce- Cortinelle.

La questione sull’origine dei vulcani e dei loro prodotti, assai dibattuta nella prima metà del secolo scorso, investe anche il Roccamonfina:

  1. Pilla (1814, 1823) ne sostiene la formazione sottomarina, Covelli (1827) ammette eiezioni subaeree, Abich (1841) e L. Pilla (1841) indicano nel vulcano di Roccamonfina un esempio tipico di cratere dì sollevamento.

Pareri controversi esistono pure sull’origine del « tufo campano »; dopo l’idea di Breislak (1798), sostenitore della provenienza di tale vulcanite da « vulcani accesi nel seno del mare e sotto le sue acque », anteriori a quelli che hanno alzato le colline del Roccamonfina, Abich (1841) e L. Pilla (1841) ritengono invece che esso provenga nella sua totalità dall’attività del vulcano aurunco e che sia stato successivamente distribuito e livellato uniformemente dalle acque marine.

Scacchi (1842-1890) approfondisce le ricerche sul « tufo campano », arrivando a due conclusioni molto importanti: la. sua particolare ricchezza in fluoro, che lo distingue dagli altri prodotti vulcanici della zona, e l’origine, per eruzioni fangose, da centri locali distinti, posteriori all’attività del Roccamonfina.

Ma la controversia non termina: Deecke (1891) è ancora per il centro unico di emissione, forse sottomarino, nei dintorni dei Campi Fiegrei; la vulcanite deriverebbe dalla polverizzazione di un magma trachitico, avvenuta anteriormente alle manifestazioni aurunche. Per tale centro unico, coperto dai prodotti fiegrei, sono ancora Franco (1900) e Zambonini (1919), i quali hanno il merito di aver arricchito di dati mineralogici la letteratura di questa ignimbrite.

Le prime concrete indagini sul Roccamonfina vedono la luce verso la fine del secolo scorso, per opera di Bucca (1886) e di Moderni (1887). Il primo, con l’esame petrografico di una trentina di campioni, pone le basi per lo studio geologico d’insieme del vulcano, che viene condotto a termine l’anno successivo dal Moderni.

Bucca distingue le lave in: leucitiche (leucìtiti, tefriti leucìtiche e leucitofiri) e non leucitiche (basalti, andesitì augìtiche e trachitì) ed osserva come dalle lave leucitiche « l’acidità sia cresciuta sino alle trachitì, quindi diminuita un’altra volta colle andesiti ed infine si sia chiusa con i basalti ».

Moderni, sulla base di queste conclusioni petrografiche, divide l’attività vulcanica in tre grandi epoche o fasi diverse che, dalla natura dei materiali riversatisi alla superficie, indica come: leucitìca, trachitica e basaltica. La prima, inoltre, viene suddivisa in due periodi: il più antico caratterizzato dalla leucitite ed il secondo dalla tefrite leucitìca; le fonoliti leucitiche e le trachitì leucitiche rappresentano, con le trachiandesìtì, i prodotti lavici della seconda fase. L’autore riconosce poi numerosi coni eccentrici, distribuiti, a seconda dei loro prodotti, nelle tre fasi dì attività vulcanica e formula una interessante ipotesi sui conglomerati lavici, attribuiti a « colate di fanghiglia e di rottami… in seguito a piogge torrenziali ».

Circa il « tufo grigio litoide », attribuito alla prima fase leucitica, Moderni distingue un « tufo aereo », depositato nelle incisioni vallive che solcano il cono vulcanico, ed un « tufo rimescolato », con grosse pomici nere, che ha il suo imponente deposito nella pianura, alla base dei monti calcarei di Mondragone, Sparanise e Caserta. I tufi grigi che ricoprono il fondo del cratere centrale e che si adagiano sulle falde occidentali del M. S. Croce sono invece considerati prodotti della terza fase di attività vulcanica.

Ancor prima del Bucca, alcune lave del vulcano aurunco erano state analizzate da Vom Rath (1873); in seguito, ulteriori ricerche pe- trografiche vengono compiute da Washington (1897, 1920), da Grosse (1908, fide Panichi, 1924) e da Galdieri (1913).

Nel 1924 compare l’importante memoria di Panichi, che costituisce la sintesi delle ricerche petrografiche precedenti e la base dei moderni studi sulle vulcaniti della zona. Egli, contrariamente a Moderni, include fonoliti e trachitì leuciticbe in una prima serie « leucitica o a carat tere alcalino » ed unifica trachiandesiti e basalti plagioclasici in una seconda serie « non leucitica o alcali-calcica », osservando che l’inizio della seconda fase precede probabilmente, almeno in parte, il chiudersi della prima.

Solo vent’anni dopo, ulteriori ricerche petrografiche vengono portate a termine da Seifert (1941), il quale approfondisce ampiamente l’esame della lava basaltica di La Cerchiara e tenta una ricostruzione dell’evoluzione magmatica delle vulcaniti del Roccamonfina.

Sul vulcano aurunco sono state compiute, in questi ultimi anni, intense ricerche che interessano argomenti di carattere generale, come l’evoluzione magmatica, o prendono in esame la genesi di singole formazioni o Ì caratteri chimico-petrografiri di limitati settori dell’apparato vulcanico.

Tra i primi sono da citare Arevalo Carretero, Burri e Weibel (1962) che, utilizzando nuove analisi, distinguono tre serie di rocce in base al diverso grado di silicizzazione, elaborando uno schema dell’evoluzìone magmatica del Roccamonfina nel quadro delle caratteristiche petrochimiche della regione aurunca.

Tra gli altri: Atello (1962, 1963) con studi sul settore meridionale del vulcano; Giannetti (1964, 1965, 1966) che si interessa delle manifestazioni eruttive della caldera e del loro inquadramento nella sottoprovincia magmatica aurunca; Tedesco (1965) che esamina la natura e la genesi delle colate di fango e delle « colate piroclastiche », poste in relazione con lo sprofondamento della caldera, e le caratteristiche dell’ignimbrite della fase finale; Stanzione e de’ Gennaro (1968) che rilevano i dintorni del Colle Friello.

Misure di radioattività, di età assoluta e di gravità vengono illustrate, rispettivamente, da: Civetta, Gasparini e Rapolla (1966); Evernden e Curtis (1965) e Gasparini (1965, 1969).

Sul « tufo grigio campano » e sulle « forme crateriche » esistenti tra Mondragone e Vairano le ultime pubblicazioni sono di Scherillo e colla- bortori (1965, 1966, 1968), Stanzione (1966) e Di Girolamo (1968).

Sguardo geologico d’insieme

Il Roccamonfina costituisce un esempio di vulcano composto, originatosi in due fasi successive, nettamente distìnte nel tempo e diverse per la qualità dei prodotti.

La prima fase (costruzione del vulcano-strato) è caratterizzata da prevalente attività effusiva (centrale e laterale), con emissione di lave leucitiche (tefritì, fonoliti, basanitì), e da limitata attività esplosiva. Lo sprofondamento vulcanotettonico della zona terminale del primitivo vulcano- strato ne segna la fine.

La seconda fase inizia con la messa in posto di domi endogeni (M. S. Croce, M. Lattanì), che sostituiscono il vulcano-strato interno presente generalmente nei vulcani composti. L’attività di questo secondo periodo non si limita alla caldera centrale, ma si sviluppa anche in bocche eccentriche, specialmente sui fianchi N e S del vulcano, con prodotti prevalentemente latitici e trachìbasaltici o basaltici, caratterizzati cioè dall’assenza di leucite.

Prevalentemente concentrato nell’intervallo tra la prima e la seconda fase e dopo lo sprofondamento calderico, si instaura un regime esplosivo intermittente centrale, che determina le colate di materiale piroclastico diffuse soprattutto sul versante orientale. Parte di queste colate sono state originate anche prima e indipendentemente dallo sprofondamento suddetto, con meccanismo completamente diverso al quale accenneremo in seguito.

Le ignimbriti trachifonolitiche, posteriori a tutti i prodotti del Roccamonfina, non debbono essere considerate come il prodotto di una terza fase di questo apparato vulcanico, sia per la loro diffusione, sia per le modalità di emissione, legate a numerosi centri locali; esse rappresentano perciò un fenomeno indipendente dall’evoluzione del vulcanismo aurunco.

Evoluzione magmatica

Il Roccamonfìna appartiene, da un punto dì vista petrografico, alla provincia magmatica campana comprendente le isole Ponziane, Ischia, Procida, i Campi Flegrei e il Vesuvio (Burri, 1948, 1961).

I prodotti lavici, come abbiamo accennato, sono suddivisibili in due grandi serie: lave contenenti leucite — sia in fenocristalli, sia nella pasta di fondo — e lave senza leucite.

Le lave con leucite, appartenenti alla prima fase di attività vulcanica, cioè precedenti al collasso vulcano-tettonico che diede origine alla grande caldera centrale, sono sottosature e comprendono le tefriti leuci- tiche del vulcano-strato e altri prodotti lavici (fonoliti leucitiche, basaniti leucitiche, ecc.), con grado di silicizzazione maggiore o minore rispetto alla tefrite leudtica, ma sempre sottosaturi.

Le lave senza leucite, appartenenti alla seconda fase, sature o debolmente sovrassature, sono rappresentate dalle latiti, dai trachibasalti e dai basalti delle ultime manifestazioni effusive.

Per spiegare questa, evoluzione magmatica Arevalo Carretero, Burri e Weibel (1962) ammettono un magma primario trachibasaltico (Rittmann, 1948), da cui, per desilicizzazione dovuta a sintessi di rocce carbonatiche seguita da una normale differenziazione gravitariva, si sono originate le diverse lave leucitiche sottosature, comprese nel primo periodo di attività del Roccamonfina e costituenti il vulcano-strato.

Dopo lo sprofondamento della sua porzione apicale, la penetrazione di magma primario non desilicizzato, ma solo debolmente differenziato gravitativamente, ha dato la latìte di M. S. Croce-M. Lattani e, come ultima manifestazione, i trachibasalti olivinici che rappresentano quindi effusioni di magma primario.

Marinelli (1967) suppone che tutti i magmi potassici saturi o sottosaturi, legati all’attività tettonica quaternaria tardo-orogenetica della parte occidentale della catena appeninnica, provengano da differenziazione per « filtrazione » di un magma di anatessi: cioè da una concentrazione progressiva di alcuni ioni, dotati di maggiore mobilità, nelle parti superficiali del magma. Questo magma, di composizione compresa tra latìticofemica e trachiticofemica, forse anche leggermente sottosaturo,1 ha in seguito subito delle differenziazioni gravitative dando, al limite, delle tra- chiti chiare da un lato e delle trachiandesiti molto ricche di femici dall’altro; fenoitieni di desilicizzazione, legati alla sinTessi carbonatica, danno invece origine ai vari tipi di rocce leucitiche.

In definitiva, per Marinelli, sia le trachiti che le rocce leucitiche del vulcanismo potassico degli Appennini sono dovute alla differenziazione complessa di un magma di anatessi e fanno parte dello stadio tardo-oro- genetico, o susseguente, dell’evoluzione della catena appenninica. I diversi gradi di differenziazione dipenderebbero solo dalla profondità del bacino di alimentazione e dalla storia geologica della regione.

Morfologia

La morfologia del vulcano di Roccamonfina testimonia l’evoluzione dell’apparato vulcanico. Il Somma, 2 che secondo calcoli approssimativi rag- [3][4]

giungeva forse un’altezza di 1700-1800 m s.l.m., è conservato principalmente sul lato occidentale e meridionale del Roccamonfina, mentre sugli altri lati resta unicamente qualche relitto più o meno esteso.

La caldera del Somma residuo, di forma ellittica, si allunga per circa 5 chilometri in direzione NW-SE, a quota 600 circa (Piana di Pratolonngo, corrispondente al massimo livello dei depositi intracalderici estesi per circa 25 Kmq).

Da Taverna S. Antonio al P.te dei Grottoni (Foglio 172) l’orlo della caldera ha una forma quasi perfettamente semicircolare; verso l’esterno i suoi fianchi scendono più o meno dolcemente, mentre verso l’interno, in direzione dell’atrio, esso è delimitato da una ripida scarpata, corrispondente probabilmente al piano di distacco dello sprofondamento.

Nell’interno della caldera si eleva un doppio domo latitìco, le cui due cime (M. S. Croce, M. Lattani) raggiungono rispettivamente 1006 e 810 m s.l.m.

Sui fianchi esterni del Somma-Roccamonfina si osservano numerosi coni avventizi eccentrici, che presentano una morfologia più o meno evidente a secondo dell’età e dello spessore della eventuale copertura, piroclastica. Spiccano morfologicamente nel paesaggio i coni di scorie dì Colle Friello e M. Tuororame a N, Terracorpo, M. Atano e M. Lucno ad E, M. Aùto e Colle Lupara a SSE, M. di Mass. Porcareccia (tra Sipicciano e Fatt. Vallemarina) e M. Brecciuole (a SW di M. La Frascara) ad W ed i domi di lava fonolitico-leucitica di M. S. Antonio a N, M. Casi e M. Canneto a SE, M. Ofelio a SW, M. di Fatt. Vallemarina e M. Castello (tra Cescheto e Le Vigne) ad W.

Le colate di fango dovute all’attività esplosiva della caldera, particolarmente numerose .e potenti sui lati N, E e S della Roccamonfina, e successivamente le colate ignimbrìtiche tardive modellano ed appiattiscono talora notevolmente l’antica accidentata morfologia.

Età relativa ed assoluta

L’inizio dell’attività vulcanica del Roccamonfina non è databile con precisione in base al solo esame degli affioramenti.

I depositi sedimentari più recenti ricoperti dalle formazioni vulcaniche sono le alternanze argilloso-sabbiose del Miocene superiore (a NW di Carinola, Foglio 172); non si osservano rapporti diretti con l’affioramento pliocenico più vicino, situato presso S. Ambrogio sul Garigliano (Foglio 160).

Con i dati di alcune trivellazioni profonde, eseguite per ricerca di idrocarburi presso la foce del Volturno, si può far risalire l’inizio dell’attività vulcanica del Roccamonfina al Quaternario antico; infatti questi sondaggi hanno attraversato 700 m di vulcaniti, senza soluzione di continuità con il vulcanismo superficiale, con intercalazioni di depositi riferibili ad un Quaternario lagunare-salmastro.

Sembra però che la piana del Volturno sia stata interessata da una certa attività vulcanica fin dal Pliocene. Infatti tra 1500 e 1900 m circa, cioè dopo 800 m di formazioni quasi esclusivamente sedimentarie, i sondaggi hanno attraversato altri depositi vulcanici, nettamente separati dalle vulcaniti precedenti e intercalati in una formazione argilloso-sabbiosa sicuramente pliocenica. I dati in nostro possesso sono però troppo scarsi per permettere di intravedere i rapporti spaziali e temporali fra questo vulcanismo pliocenico e l’attività del Roccamonfina.

Per la datazione della chiusura dell’attività vulcanica della zona, Devoto (1965), in base all’osservazione che l’ignimbrite trachifonolitica ricopre i depositi lacustri del glaciale Riss e le alluvioni antiche dell’interglaciale Riss-Wùrm della bassa valle del Uri e ne colma le profonde incisioni, attribuisce le ignimbriti al glaciale Wùrm, anche perché, dopo la loro messa in posto, si è avuta solo la fase di alluvionamento e terrazzamento olocenica.

Nella parte basale della conoide del Rio Rava, sovrapposta all’ignimbrite (a SE di Mignano Montelungo, Foglio 161), sono stati ritrovati due strumenti di selce, di circa 2 cm di lunghezza e scheggiati su entrambi i lati, attribuiti al Paleolitico superiore (Brancaccio, 1968).’ Considerazioni di carattere geomorfologico e climatologico, confortate dalla datazione di questi due strumenti, fanno risalire la fase di deiezione del torrente al tardo Wùrm e permettono quindi di confermare l’attribuzione al Wùrm dell’effusione ignimbritica.

In questi ultimi anni sono state eseguite alcune misure di età assoluta sui prodotti del vulcano dì Roccamonfina.

Per una delle prime colate di basanke leucitica della zona di S. Maria di Mortola (Foglio 160), sul Garigliano, Gasparini (1969) ha stabilito, col metodo K-Ar, un’età assoluta compresa tra 1.070.000 e 1.260.000 anni; le prime manifestazioni affioranti del vulcano aurunco risalirebbero quindi al « Warm Villafranchian » o al « Great Gùnz » di Zubakov (1966) e al Giinz di Evernden e Curtis (1965). Questi due ultimi autori e Gasparini attribuiscono a due campioni di tefrite leucitica del vulcano-strato 368.000 e 460.000 anni rispettivamente; la costruzione del vulcano-strato risalirebbe quindi al glaciale Mindel o all’interglaciale Min- del-Riss di Evernden e Curtis o al « Great Mindel » di Zubakov.

Infine, una conferma dell’attribuzione al Wiirm della ignimbrite può aversi indirettamente se, come pare probabile, esiste una relazione temporale con il restante « tufo grigio campano ». Infatti Curtis (1966) ha ricavato con il metodo K-Ar una datazione dì 30.000 anni per il « tufo nero di Sorrento ».

Stratigrafia

In questo capitolo si descrivono brevemente i prodotti del vulcano aurunco suddividendoli nelle due grandi fasi tefritico leucitica e latitko- basaltica, secondo lo schema dell’evoluzione magmatica dell’apparato stesso.

Dopo l’esame della tefrite leucitica, il più diffuso ed importante elemento del primo periodo di attività, vengono prese in considerazione le altre lave Ieucitiche che hanno caratteristiche chimico-petrografiche molto simili ad essa, e le piroclastiti petrograficamente o stratigraficamente esclusive dell’attività leucitica.

In un paragrafo successivo vengono raggruppate ed esaminate le piroclastiti la cui messa in posto è perdurata, con modalità analoghe, durante tutta l’attività del Roccamonfina o che presentano caratteri macroscopici e giaciturali simili, legati all’attività esplosiva di ambedue le fasi, possedendo nell’insieme un campo di variabilità petrografia molto ampio, anche se nei singoli affioramenti ben definito.

Seguono quindi, nell’ordine, i prodotti lavici e le piroclastiti del secondo periodo.

La stratigrafia vulcanica viene chiusa dalla descrizione delle ignimbriti (« tufo grigio campano »). [5]

Lave della I fase:

Tefrite leucitica ({3t), ( [3tc- ).

L’ossatura del Roccamonfina è costituita praticamente dall’alternanza di innumerevoli colate di tefrite leucitica e di piroclastiti. Esse innalzano un tipico vulcano-strato, inteso secondo l’accezione corrente del termine, perfettamente riconoscibile nei fianchi occidentale e meridionale dell’edificio vulcanico; a settentrione e ad oriente la ricostruzione dell’apparato tefritico può essere completata solo mediante alcuni lembi residui e limitati affioramenti nel fondo delle incisioni.

Le colate di tefrite leucitica raggiungono genialmente una distanza dì una diecina di chilometri dal presunto condotto centrale, sia dalla parte integra dell’edificio (W e S), sia dalla parte sprofondata (N e E), e provengono quasi esclusivamente da esso.

Non mancano però anche esempi di bocche eruttive eccentriche, i cui prodotti, non costituenti sempre entità morfologiche distinte, sono rappresentati da scorie, lave scoriacee ed a corda e da brandelli di lava compatta, minutamente vescicolata, con numerosi cristalli di leucite (file). Rientrano in questo gruppo i centri eruttivi dei dintorni di Fontanara- dina – Li Paoli e di Cescheto – Fan. Vallemarina (Foglio 171), quelli a N di Mass. Robetti (strada Roccamonfina-Sipicciano) ed al P.te ai Grottoni (Foglio 172) ed infine il piccolo cratere tra Fosso Pisciarello e Mass. Volpara (Foglio 171).

Le caratteristiche fisiche delle tefriti leucitiche hanno un campo di variabilità piuttosto ampio. Si osservano, infatti, tefriti leucitiche diverse per colore, da grigio chiaro a nero, per tenacità, per compattezza, per frequenza e per dimensioni dei fenocrìstalli di leucite, di diametro anche superiore ai 5 cm, come nei dintorni di Tuoro e Valogno {Foglio 172).

In generale la roccia si presenta grigio scura, tenace ed omogenea, con segregazioni leucitiche (5-15 mm) vitree e trasparenti disseminate irregolarmente nella massa. Come esempi tipici si possono prendere le lave dei dintorni di Vezzara (Fogli 171-172), di S. Maria a Valogno (Foglio 171), della strada Ponte-Roccamonfina (Fogli 171-172) e di Preta (Foglio 172).

In essa sono visibili anche segregazioni di pirosseno verde nerastro (in prevalenza augite), di feldspato aghiforme e dì biotite lamellare; sono frequenti Ì granuli dì magnetite; rari i cristalli di olivina.

Localmente però, la lava può essere così gremita di leucite, delle dimensioni di una nocciola, da costituire quasi un agglomerato di cristalli, tenuto assieme da pochissima matrice, come sulla strada Orchi-Conca della Campania, a S. Leuterio (Foglio 172), a Ponte (Foglio 171) e, in generale, sul bordo occidentale della caldera; oppure può avere una pasta compatta uniformemente cosparsa da un ingente numero di cristalli, di dimensioni però assai limitate, come presso S. Carlo (Foglio 171) o Conca della. Campania (Fogli 161-172).

Nell’interno delle leuciti di maggiori dimensioni è facile rinvenire, come inclusi, cristalli di pirosseno (prevalentemente augite), granuli di magnetite e di sodalite, oppure piccole concentrazioni di tali minerali, ai quali possono associarsi feldspati (in gran parte plagioclasi basici) e pezzetti di fuso vetrificato.

Nelle lave alterate, questi cristalli, da vitrei e trasparenti che erano, diventano opalini ed acquistano un colore bianco latte, talora trasformandosi completamente in analcime.

Al microscopio la roccia può presentarsi come un ammasso di cristalli di leucite, generalmente a spiccata, geminazione polisintetica, con interstizi pieni di tritume augitico e di aciculi di feldspato, oppure, se la leucite è scarsa, come una fitta trama di aghi feldspatìci, labradoritìci e secondariamente andesitici, con disseminati piccoli cristalli di augite.

Secondo Panichi (1924), in alcune colate presso Rio Pisciarelio (Foglio 171) e a P.te ai Grottoni, sulla sponda sinistra del Rio della Selva (Foglio 172), sì trovano anche minuti prismetti di nefelina; la notizia però non è confermata dalle ultime ricerche di Giannetti (1965).

La presenza, sempre assai limitata, di cristalli di sanidino conferisce alla lava un carattere fonolitoide, come nei dintorni di Marzano Appio (Foglio 172); la scarsità di segregazioni feldspatiche ed il concomitante aumento di leucite fanno tendere la tefrite leucitica a leucirite come ad W di Orchi (sulla strada per Roccamonfina), ad E di Sassi (Foglio 172) e a S di S. Martino (Foglio 171); infine la presenza di olivina conferisce alla lava carattere basanitico come a NE di San Carlo o nei dintorni di Fatt. Vallemarina (Foglio 171). Queste variazioni petrografiche sono numerose ed irregolarmente alternate con la tefrite, senza seguire un particolare schema evolutivo o rigorose successioni cronologiche.

Fonolite leucitica.

Le fonoliti leucitiche affiorano in cupole di ristagno, raramente accompagnate da colate di limitata estensione, come a Fatt. Vallemarina (Foglio 171) e a Tora (Foglio 161).

Questi domi hanno una distribuzione geografica molto irregolare; è però possibile riconoscere un ordinamento circumcalderico, rappresentato dai Monti di Tuoropiccolo, Capitolo, S. Maria e S. Antonio (Foglio 172), mentre le cupole di M. Ofelio (Foglio 171), M. Casi e M. Canneto (Foglio 172) sono decisamente eccentriche.

Le fonoliti sono state emesse in vari momenti del primo periodo dell’attività vulcanica; infatti alcuni domi affiorano al di sotto delle colate tefritiche, mentre altri sono ad esse sovrapposti. [6]

Al primo gruppo appartiene il domocumolo di Colle Alto (Foglio 172) lungo la strada Roccamonfina-Spicciano, chiaramente sottostante alle colate

tefritiche, con Tintercàlazione dì qualche metro di piroclastiti a chimismo tefritico. Nella parte sommitale del domo un’evidente fascia di alterazione, più o meno potente, indica che tra l’emissione del domo fonolitìco e la sovrapposizione della colata tefritica è trascorso un intervallo di tempo abbastanza lungo.

Anche i domi fonolitici di M. Sferracavallo sulla strada Roccamonfina-Ponte, di M. S, Maria sulla strada Roccamonfina-Marzano Appio e di M. S. Antonio sulla strada Roccamonfina-Conca. della Campania (Foglio 172), sono sottoposti, tramite qualche strato di piroclastite tefritica, a colate tefritiche.

Chiaramente sovrapposti alle colate di tefrite sono invece i domi di M. Castello, tra Vigne e Cescheto, e di M. di Fatt. Vallemarina (Foglio 171), la colata di Tora, lungo la strada ad E di Conca della Campania (Foglio 161), ed il domo di M. Casi (Foglio 172) che, presso la sorgente Iamonte, ha termometamorfosato i tufi tefritici sottostanti.

Non è stato possibile determinare con sicurezza la posizione stratigrafica dei domi di M. Tuoropiccolo, Capitolo e M. Ulici (Foglio 172), allineati lungo il bordo orientale della caldera. In ogni modo, la sovrapposizione dei depositi lacustri intracalderici e di alcune colate di (tt) a queste fonoliti, dimostra l’appartenenza di esse ad un periodo effusivo forse abbastanza tardo, ma sicuramente precedente alle ultime manifestazioni latitico-basaltiche della caldera.

La posizione periferica del domo di M. Ofelio (Foglio 171) può far pensare ad una effusione indipendente dall’apparato vulcanico vero e proprio, come espressione di un magmatismo localizzato; anche le caratteristiche petrografiche di questa lava, che pur avendo molti caratteri fono- litoidi viene considerata da alcuni autori come una trachite, sembrano confermare un’evoluzione indipendente dall’apparato centrale. In ogni modo, il domo di M. Ofelio fa parte dei prodotti vulcanici basali, prete- fritici, in quanto sottoposto e circondato da sottili piroclastiti e colate di fango di natura tefritico-leucitica.

La fonolite, ruvida al tatto, più o meno granulare ed a frattura scheggiosa, ha una colorazione da grigio cenere a cerulea; si nota spesso una tendenza superficiale alla esfoliazione cipollate o ad una suddivisione

per smelasi, generalmente subverticali e orizzontali, in grossi blocchi di roccia compatta, tenuti insieme da lava incoerente e friabile, come, per esempio, a Colle Alto, M. Tuoropiccolo, M. Casi (Foglio 172) ed al M. di Fatt. Vallemarina (Foglio 171). In superficie è molto spesso alterata e ridotta ad uno sfatticcio sabbioso grigiastro, gialliccio o rosso violaceo, con fenocristalli di sanidino lattei e parzialmente disgregati, come a M. Ofelio (Foglio 171), M. Casi, M. Tuoropiccolo e Colle Alto (Foglio 172).

Sono generalmente ben visibili grosse segregazioni vitree e lucenti di sanidino, prismetti e puntolini scuri pirossenici, lamelle marroni di biotite e talora grandi quantità di microliti di leucite alterata, come in località Sferracavallo (Foglio 172). A volte, nella parte superficiale dei domi, Ì cristalli femici, micro e macroscopici, possono essere particolarmente numerosi, com’è il caso della biotite nelPaffioramento di M. Casi

  • del pirosseno nella vulcanite di M. Ulici (Foglio 172). I femici possono presentarsi in concentrazioni melanocrate, cometa M. Castello (Foglio 171), risolvìbili al microscopio in ammassi di augite, biotite, orneblenda, magnetite e clorite in un fondo incolore formato da microliti di plagio- clasio e da una pasta vetrosa otticamente irrisolvibile. Sempre nelle zone superficiali, come per es. nelle colate di Torà (Foglio 161) e di M. Castello (Foglio 171), compaiono anche granuli di leucite, generalmente anal- cimizzata, mentre in altri casi, per es. a Capitolo e M. Ulici (Foglio 172)
  • fenocristalli dì sanidino possono scomparire.

Al microscopio la fonolite presenta generalmente struttura porfirica olccristallina o raramente ipocristallina, con tessitura isotropa; i fenocristalli, sempre presenti e più abbondanti, sono di sanidino, in lamine prismatiche idiomorfe molto allungate, frequentemente geminati secondo Carlsbad. Nella pasta di fondo sono presenti in varie proporzioni: sanidino, leucite, plagioclasio, pirosseno augitico ed egirinaugitico e qualche granulo di magnetite.

basanite[7]

Queste lave, caratterizzate dalla presenza di leucite microscopica, e solo molto raramente in fenocristalli, sono state riunite in un unico , gruppo, sebbene i loro rapporti stratigrafici rispetto alla tefrite leucitica del vulcano-strato non siano costanti.

Alcune di esse, nonostante affiorino in posizione distale, sembrano provenire. direttamente dal condoto principale del vulcano-strato; altre, originate da effusioni eccentriche, hanno solo dubbi rapporti con esso; un terzo gruppo, infine, costituisce differenziazioni laviche periferiche, certamente indipendenti dall’attività centrale.

Le effusioni laviche eccentriche, specialmente in corrispondenza del fianco occidentale del vulcano, provengono spesso da apparati perfettamente isolati e chiaramente riconoscibili; sul versante orientale, invece, t centri effusivi sono spesso di non facile individuazione, in quanto più o meno ricoperti dai prodotti vulcanici successivi, sia centrali che eccentrici.

Basanite leucitica.

La basanite leucitica inferiore a parte integrante, con buona probabilità, del vulcano-strato; essa affiora nel settore NW, lungo la valle del Garigliano, tra S. Maria di Mortola (Foglio 160) e la centrale elettrica (Mass. Mancino) (Foglio 171), in 3 o 4 colate sovrapposte dello spessore medio di una diecina di metri, intercalate nelle tufiti basali (It), su una altezza complessiva di circa 100 m.

Questa lava, ricoperta, superficialmente da una sottile crosta di ossidazione generalmente rossiccia e ruvida al tatto, appare costituita da una pasta di colore grigio nerastro omogenea, molto compatta, con piccoli e frequenti fenocristalli di pirosseno e rarissimi fenocristalli di leucite.

In alcuni casi, come per esempio al Mulino del Fosso Pisciarello (Foglio 160), a valle del ponte della strada Galluccio-Garigliano, la roc- eia, che sembra caratterizzata da un aumento del numero di fenocristalli, presenta una minore compattezza ed una tipica esfoliazione cipollare.

La lava è chiaramente sottostante alla tefrite leucitica (fìt); è inoltre sottostante anche alla tefrite leucitica a biotite , mentre non è possibile definirne Ì rapporti, neanche in modo indiretto, con la fonolite leucitica (x).

L’esame petrografico mostra una struttura porfirica da ipo ad olo-cristallina, tessitura isotropa e scarsi fenocristalli di pirosseno augitìco, leucite in cristalli a contorno generalmente arrotondato, plagioclasio di tipo labradoritico, olivina ricca in Fe. Nella pasta di fondo predomina la leucite, accompagnata dal plagioclasio, sempre di tipo labradoritico (53% di An) geminato Albite-Carlsbad, dal pirosseno augitico-egirinaugitico e da olivina granulare alterata in hiddingsìte; accessorio la magnetite.

La basanite leucitica, presenta gli stessi caratteri micro e macroscopici, ma è posteriore alla tefrite leucitica; essa proviene da centri effusivi eccentrici come quelli di Marzano Appio-Maierano-Torello, di Rivolo Chiaìe, di Fontanelle-Cappelle-Rio Maiorisi (centro effusivo di Mass, dei Cani) (Foglio 172), di I Zelloni e di Mass. Starnali-Mass. Creta Rossa (Foglio 171).

In località Taverna S. Felice (Foglio 161), circa in corrispondenza del km 164 della S.S. 6 Casilina, si rinvengono alcuni effusi lavici addossati alle pendici meridionali di M. Cèsima, immersi in piroclastiti e costituiti da tefrite leucitica con olivina in pasta di fondo. Le caratteristiche giaciturali sembrano suggerire una natura di differenziato complesso periferico, indipendente dall’apparato centrale con cui non è cronologicamente collegabile.

Tefrite leucitica a biotite , .

La tefrite leucitica a biotite , sottostante alle tefriti leucitiche, è rappresentata da una sola colata affiorante nel settore NW del vulcano, lungo il Garigliano (Foglio 171), sovrastante alle basaniti inferiori .

L’aspetto macroscopico della roccia non differisce da quello delle

tefriti leucitiche, tranne che per una minor frequenza dei fenocristalli di leucite ed una notevole quantità di cristalli di pirosseno; l’affioramento è caratterizzato da una struttura colonnare a piccoli prismi subverticali, della larghezza media di circa 10 cm.

Le effusioni cartografabili della tefrite Ieucitica a biotite , ‘sovrastante alla tefrite Ieucitica , sono due: una colata, tra S. Maria a Valogno ed il Garigliano, sottoposta a di I Zelloni, e un domo con due piccole colate, tra S. Carlo e Sipicciano (Foglio 171), senza rapporti stratigrafici con vulcaniti posteriori.

L’analisi petrografica rivela una struttura porfirica ipocristallina ed una tessitura isotropa: rari fenocristalli di pirosseno augitico, talora prevalente rispetto a labradorite e biotite, che spesso si mostra riassorbita, sono immersi in una pasta di fondo in cui prevale la leucite in granuli rotondeggiati, accompagnata da plagioclasio Iabradoritico  e da scarsi cristalli di augite e di biotite; sono presenti talora anche sani- dino ed accessori opachi.

Leucitite.

Questa lava affiora nel settore SW del vulcano-strato, lungo il Rio della Selva, tra Sessa Aurunca e Tuoro (Foglio 171), al di sotto delle pi- roclastiti ; nella zona S, tra Tuoropiccolo e M. Torecastìello (Foglio 172), intercalata tra le colate di tefrite Ieucitica; nella zona E, a N di M. S. Maria, sull’orlo della depressione craterica (Foglio 172).

La roccia è caratterizzata da una pasta compatta molto scura, con rarissimi fenocristalli di leucite. Al microscopio si osservano cristalli dì pirosseno augitico, scarsa botite ed olivina; gli stessi minerali si rinvengono nella pasta di fondo con dimensioni quasi submicroscopiche.

Un affioramento di leucitite, completamente separato dal centro vulcanico morfologico e quindi non correiabile con le altre lave del Roccamonfina, si trova presso Presenzano (Foglio 161), in evidente relazione con la frattura bordiera che delimita verso S i calcari mesozoici di M. Cèsima. La composizione petrografica di questa lava, oltre a leucite ed augite (variamente rapportate tra loro, ma comunque preponderanti) comprende anche fenocristalli di biotite parzialmente riassorbiti, accompagnati, nella pasta di fondo, da labradorite con 45-60% di An.

Leucitite olivinica.

La leucitite olivinica si rinviene solo nella colata di M. Lucno ed è caratterizzata da una composizione petrografica parzialmente diversa dalle altre leucititi (mancanza di plaglioclasio, presenza di olivina). Per questo suo carattere di differenziato eccentrico si è ritenuto opportuno indicarla con una sigla propria. La leucitite olivinica è sovrapposta alla tefrite leucitica, tramite tufiti arrossate della formazione (t), come si può vedere sulla sinistra del Savone delle Ferriere, al ponte degli Svizzeri (Foglio 172).

Piroclastiti della I fase:

Tufiti basali.

Questo complesso tufitico, ben visibile sul versante nord-occidentale dell’edificio vulcanico, rappresenta, con buona probabilità, il più antico prodotto piroclastico affiorante del Roccamonfina.

In località Vaglie (Foglio 171), S. Maria di Mortola e lungo il torrente Cocuruzzo (Foglio 160), la formazione, sovrapposta ad arenarie, argille e marne del Miocene medio, ha urto spessore di poche decine di metri, mentre lungo la valle del Garigliano, dove si presenta alternata a potenti colate di basanite Ieucitica, raggiunge complessivamente spessori superiori al centinaio di metri, senza che ne affiori la base.

La formazione è caratterizzata da strati di materiali piroclastici, da pel itici a psammitici, generalmene biancastri, grigi e cerulei, dello spessore massimo di 40-50 cm, con rare intercalazioni a granulometria più grossolana prevalentemente di pomici chiare, talora a stratificazione incrociata, e di materiale piroclastico lapideo, rimaneggiato, in giacitura len- ticolare.

Al microscopio si possono osservare piccolissimi cristalli di leucite e di minerali femici sparsi nella matrice.

La cassazione granulometrica spesso presente nei livelli psammitici, la stratificazione talora incrociata delle intercalazioni pomicee, la giacitura suborizzontale e la presenza, anche se del tutto secondaria, di tufiti limose a diatomee e dì un livello torboso, denunciano una sedimentazione avvenuta, almeno parzialmente, in ambiente acqueo. Ciò permette di collegate perfettamente questo complesso con i depositi lacustri della bassa valle del Liri (Devoto, 1965).

Piroclastiti non attribuite ad una fase particolare:

In questo paragrafo vengono descritti gruppi di formazioni piroclastiche che si rinvengono indifferentemente a tutti i livelli dell’attività vulcanica, come prodotti sia del condotto principale che delle bocche eccentriche. Esse non hanno perciò caratteristiche chimico-petrografìche uniformi e rapporti stratigrafici costanti con le lave delle due fasi.

Scorie e lapilli. [8]

Nel gruppo del Roccamonfina, oltre all’attività collegata con il condotto centrale, si sono avute numerose manifestazioni eccentriche e periferiche. Nei versanti settentrionale ed orientale dell’edificio vulcanico, i loro prodotti non presentano più una tipica morfologia essendo spesso parzialmente ricoperti da piroclastiti posteriori. In tal caso l’esistenza di bocche eccentriche è denunziata esclusivamente dall’affioramento di prodotti piroclastici grossolani, che, per le loro dimensioni e la loro giacitura, sono senza dubbio concentrati nelle vicinanze del luogo di emissione. Questi prodotti hanno comunque un volume complessivo di gran lunga inferiore a quello dei prodotti emessi dall’apparato principale ed occupano quasi sempre aree molto limitate.

Con la sigla (c) sono state indicate tipiche scorie di lancio, da rosso mattone a nere, di dimensioni notevoli, generalmente costituenti un insieme incoerente, ma talora saldate fra dì loro e, in alcuni casi, passanti a lave scoriacee.

Le scorie sono quasi sempre disposte in accumuli, a forma tronco- conica, con depressione crateriforme centrale e con orlo craterico per lo più debolmente ellittico e spesso più o meno slabbrato.

Esempi tipici sono il Colle Friello (Foglio 161) e il M. Atano (Foglio 172); ugualmente degni di nota, anche se meno integri, sono gli accumuli di scorie nei dintorni di Tuoro (Foglio 161), di Marzano Appio, dì M. Tuororame, di Orchi, di M. Lucno, di M. Aùto, di Colle Lupara, di Forcella, di Corteromana (Foglio 172), di M. Brecduole e di Sipicciano (Foglio 171).

Molto interessante, per la sua posizione periferica ed indipendente rispetto a tutta l’area vulcanica, è il conetto di scorie di Sesto Campano (Foglio 161), ubicato al Km 12 della S.S. 85, tra Vairano Scalo e Ve- nafro, sul bordo settentrionale del gruppo calcareo di M. Cèsima, probabilmente in rapporto con una faglia.

Intorno ai coni di scorie grossolane si nota spesso un’aureola, più o meno continua e potente, di lapilli sciolti di diametro uniforme e non superiore a 1-2 cm, dai colori molto vivaci, suddivisi in spesse bancate generalmente non separate da una vera e propria superficie di discontinuità (se).

A maggior distanza dai centri di emissione, ma sempre connesso alla attività esplosiva, si rinviene il materiale piroclastico più leggero. La formazione perde la sua uniformità litologica ed è costituita in prevalenza da elementi molto sottili o a granulometria sabbiosa, e da lapilli, talora gradati, ben stratificati e di colore variante dal giallo al grigio nero. Vi si trovano intercalati anche livelli di piccole pomici e bombe isolate, di natura e grandezza diverse.

Se ne rinvengono forti spessori nei dintorni di Vezzara-Conca della Campania-Tuoro-Tora (Fogli 161-172), Orchi-M. Luparelli, Marzano Appio, M. Auto-Colle Lupara-Forcella, S. Giuliano (Foglio 172) e Fontana- rad ina-Corigliano (Foglio 171).

Lapilli e ceneri si trovano generalmente sovrastanti ai coni di scorie grossolane, o ne ricoprono i fianchi; in ogni caso il passaggio da un tipo litologico all’altro avviene per variazione granulometrica molto graduale. E’ spesso possibile perciò stabilire il centro di emissione anche dei materiali più sottili, qualora le bocche di provenienza non si trovino a distanze troppo ravvicinate.

I caratteri petrografia di tutte queste piroclastiti ed i loro rapporti cronostratigrafici con i prodotti del condotto centrale sono naturalmente gli stessi delle lave a cui sono collegate.

T tifiti e paleo suoli ti (t), (t[9]).

Sotto il simbolo (t) sono raggruppati diversi complessi piroclastici affioranti soprattutto nelle zone periferiche del Roccamonfìna, non sempre isocroni tra loro e diversi sia per tipo litologico, sia per l’ordine di successione dei componenti.

Un carattere comune di questi tufi è la prevalenza di cineriti arrossate con pomicette sparse giallo-arancio, a pedogenizzazione più o meno spinta, e di materiale piroclastico talora non di deposito primario, con granulometria prossima alle cineriti. Questo tipo di deposito non è limitato ad una sola fase del Roccamonfìna, ma si rinviene, con caratteri più o meno simili, intercalato a tutti i prodotti dell’attività vulcanica.

Se ne descrivono brevemente alcuni esempi:

  1. Nel settore N dell’apparato (Fogli 160-161), alla base dei rilievi mesozoici (M. Camino, M. Cèsima), materiali cineritici più o meno suoiìzzati si alternano con spesse bancate di detrito calcareo e, subordinatamente, con rari e sottili livelli grigiastri di piroclastiti a granulometria diversa ritmicamente alternata, generalmente grossolana. Le pomici si presentano in rari accumuli di notevole spessore (2-3 m). [10] meno grossolani ma localmente uniformi, in banchi, o ceneri giallastre, e grigio nere, in livelli più sottili, con inclusi di materiale esplosivo più grossolano.

La percentuale di lapilli alternati in (t) aumenta gradualmente avvicinandosi ai centri di attività esplosiva, a scapito dei prodotti di lancio più leggeri e dei componenti base del complesso.

Ili) Lungo il bordo meridionale ed orientale {Foglio 172) dell’edificio vulcanico (per es. a Pugliano), alle cineriti e paleosuoliti sono regolarmente intercalati banchi di pomici biancastre o grigie dello spessore di 0,5-1 m, di deposito primario o di trasporto acqueo.7

  1. Sul versante sud occidentale del Roccamonfìna (Foglio 171), alle paleosuoliti sono intercalate cineriti e sabbie vulcaniche grigio avana, sottilmente stratificate, e straterelli di lapilli sottili, grigi o rossicci, incoerenti (serie tipo: Mass. Piscinola-S. Castrese-Lauro). Le rare bombe presenti nel complesso hanno lasciato caratteristiche impronte di carico (S. Castrese) su questo materiale a granulometria pelitico-psammitica, sedimentato in ambiente lagunare o comunque particolarmente ricco d’acqua.
  2. A NW dell’apparato di Roccamonfina (Sipicciano-Mass. Starnali) questo complesso è costituito da tufiti bruno giallognole contenenti una grande quantità di bombe di diversa natura, sia sparse nella massa, sia accumulate in tasche lentiformi, a riempimento di cavità erose nelle tufiti stesse.
  3. All’estrema periferìa soprattutto settentrionale ed orientale dell’apparato (Fogli 161-172), il complesso (t) presenta una facies prevalentemente alluvionale, con tracce evidenti di paleomorfologie, costituita da materiali piroclastici dilavati dai fianchi dell’edificio vulcanico precedentemente alla messa in posto dell’ignimbrite (i). Per questi caratteri 1 di deposito secondario, nei Fogli 161 e 171 questa facies viene contrassegnata con la sigla, (f1), alla quale si rimanda.

Nel Foglio 171 con la sigla (t1) è stato cartografato un complesso, intercalato alle colate di tefrite leucitica del vulcano-strato, costituito da paleosuoli e da livelli di ceneri argillificate, da giallognole a brune, con intercalazioni di prodotti di lancio a granulometria variabile, di natura tefritico leucitica, connessi probabilmente all’attività centrale del Rocca- monfina.

Questo deposito, attribuibile sicuramente alla I fase dell’attività vulcanica, presenta in pratica la stessa facies (t), dal quale è stato tenuto distinto per la natura petrografica e per la posizione stratigrafica, ben definite.

Gli affioramenti principali, estesi, ma di spessore sempre piuttosto limitato, si rinvengono lungo il versante sud occidentale di M. La Frascata, nei dintorni di Cescheto e a S di Sipicciano (Foglio 171).

Colate piroclastiche-, (tt1) del Foglio 171, (tt) dei Fogli 160-172, (p) e

(tt2) dei Fogli 161-171, (tt3) del Foglio 161.8

In questo paragrafo viene descritto un gruppo di vulcaniti le cui caratteristiche tessiturafi e di giacitura denunciano una messa in posto per scorrimento: esse infatti colmano depressioni topografiche, sono livellate in superficie, mancano di stratificazione e di classazione granulometrica, contengono elementi lavici eterogenei e di dimensioni diverse, anche dell’ordine di 1 m di diametro, sempre senza tracce di impronte di carico.

Non è sempre possibile una suddivisione di queste colate in base a criteri cronostratigrafici o petrografia: la loro deposizione, avvenuta a più riprese, ha determinato rapporti molteplici, e non sempre univoci, con le altre vulcaniti del Roccamonfina; la natura caotica delle singole colate e la presenza di cristalli di neoformazione, alterando spesso il chimismo della matrice e delle pomici, generano una vasta gamma di tipi petrografie!, solo approssimativamente definibili come tefriti ieucitico- fonolitiche, trachiti (Di Girolamo, 1968) e latiti.

Per gli scopi pratici della carta geologica, si sono tenute presenti nel rilevamento soprattutto le caratteristiche litologiche macroscopiche delle singole colate e, solo quando sicuramente determinate, anche la loro natura petrografia e la loro posizione stratigrafica, come per le colate (tt1) tefritico leucitiche ed appartenenti senza dubbio alla I fase, o per quelle (tt3) del cratere di Vezzara, chiaramente comprese tra i prodotti delle ultime manifestazioni del Roccamonfina.

Con il criterio litologico sono state invece distinte le colate più o meno lapidee, grigiastre o giallognole, ricche di inclusi lavici eterogenei e di diverse dimensioni, da quelle incoerenti costituite da una matrice cineritica avana cosparsa di piccole pomici. In genere, sono tutte costituite da miscele caotiche di ceneri, fanghi ed inclusi lavici e pomicei; il loro grado di coesione dipende da fenomeni più o meno accentuati di autocementazione, per neoformazione di zeoliti cristalline. La presenza di questo minerale non sembra però sufficiente da sola a definire la temperatura delle colate: l’ambiente idrotermale che presiede alla sua formazione può essersi determinato anche per mezzo di soluzioni circolanti, successive alla loro messa in posto. La presenza di zeoliti microcristalline nello scheletro delle pomici (Tedesco, 1965) può essere, inoltre, di origine primaria e non dipendere quindi dalla temperatura delle colate.

Gli inclusi lavici sono di natura prevalentemente tefritico leucitica e, subordinatamente, leucitica, basanitica e fonolkica. Sono rari gli elementi di lave non presenti in superficie (Lacroix, 1893; Panichi, ì924), mentre assenti sono le rocce sedimentarie del substrato.

L’individuazione dei diversi luoghi di origine di queste vulcaniti e le diverse modalità di messa in posto porterebbero a distinguerle in quattro gruppi:

1 ) Colate di fango fredde, non collegate ad esplosioni intracal- deriche, ma prodotte dallo scorrimento sui pendii di cospicue masse d’acqua, legate ai fenomeni meteorici che spesso accompagnano le manifestazioni vulcaniche.

Il materiale lavico raccolto lungo il percorso è particolarmente caotico e grossolano, fino a risolversi talora in accumuli di grossi elementi sciolti, tenuti insieme da una scarsa matrice cineritica; la natura petro- grafica di questi elementi, esclusivamente tefritico leucitica nelle colate (tt1) intercalate alle lave della prima fase, è invece assai più eterogenea per le colate successive (tt2 p. p. del Foglio 171; tt del Foglio 172).

Le prime affiorano a SE di Ponte e lungo la fascia Corigliano-Mass. Creta Rossa (Foglio 171); le altre sulla strada S. Lucia-Gaudisciano, nei dintorni di Magnano e di Casarinoli (Foglio 172) e tra Ponte-Aulpi-Sessa Aurunca (Foglio 171).

2) Colate fredde (p dei Fogli 161-171; tt p. p. dei Fogli 160-172) e più o meno calde (tt2 p. p, dei Fogli 161-171; tt p. p. dei Fogli 160-172) di acque e fanghi lacustri provenienti sicuramente dal lago intracalderico, o a seguito di violente esplosioni o per trabocco dal bordo ribassato della caldera, per crolli successivi nel lago stesso di parti del Somma residuo in equilibrio ancora instabile.

Questa origine è deducibile dalla distribuzione areale degli affioramenti che, particolarmente diffusi nei versanti N, E e S dell’apparato, in corrispondenza della porzione ribassata e frantumata dell’orlo calderico — che hanno contribuito parzialmente a ricostruire ed innalzare, colmando le valli adiacenti ai punti di trabocco — sono invece assenti sul versante occidentale, dove il bordo della caldera, mantenendosi integro fino a quote relativamente elevate rispetto alla superficie lacustre, ha costituito un ostacolo insormontabile al loro colamento.

La loro posizione cronostratigrafica è generalmente intermedia tra le lave delle due fasi, ma colate di tale origine si possono rinvenire anche al di sopra delle effusioni basaltiche eccentriche, come a Sipicciano (Fogli 160-171).

In questo secondo gruppo rientrano due tipi di . colate con caratteristiche litologiche fondamentali molto diverse, ma con una, vasta gamma di passaggi graduali. Ad un estremo sono le colate fredde, costituite da una cìnerite incoerente grigio avana particolarmente ricca di pomici chiare, di dimensioni uniformi sempre inferiori a 3-4 cm di diametro, e con inclusi lavici costantemente subordinati sia come quantità sia come dimensioni, al massimo di 2-3 cm.

Si rinvengono particolarmente lungo la periferia dell’apparato, soprattutto nelle zone di Piccilh {Foglio 161), Teano-Croce di Casale-Cor- bara (Foglio 172) e Lauro-Rongolisi-Aulpi (Foglio 171).

All’estremo opposto sono le colate più o meno calde, grigiastre o giallognole, lapidee, con rare tracce di vacuolarità, e con pomici in quantità sempre subordinata rispetto agli inclusi lavici, eterogenei e a granulometria grossolana, anche se discretamente uniforme. Si rinvengono, alternate alle precedenti, specialmente sulla strada Sessa Aurunca-Rongolisi (Foglio 171), tra M. Torecastiello e Croce di Casale, nei dintorni di Magnano-Campagnola-Ameglio e al Bosco degli Zingari (Foglio 172).

3 ) Colate calde derivanti da fenomeni intracalderici, con caratteristiche intermedie tra una esplosione violenta ed un flusso sufficientemente viscoso, il cui risultato è la messa in posto di una massa cineritica particolarmente ricca di gas e di vapori (tt p. p. del Foglio 172).

La roccia, lapidea e vacuolare, è costituita da una matrice giallognola di zeoliti microcristalline, contenente pomicette giallo-arancio e piccoli inclusi lavici giallastri o azzurrognoli della grandezza di lapilli, di dimensioni uniformi di 1-2 cm.

Per la posizione stratigrafica, generalmente sovrastante le altre colate, esse possono considerarsi tra gli ultimi prodotti di questo tipo di vulcaniti. Gli affioramenti più significativi si rinvengono a Pepuni, Torello (strada Tavola-Campagnola), Poza, S. Paolo e M. Torecastiello (Foglio 172).

4) Colate calde più recenti, non in relazione con l’attività centrale del Roccamonfina, ma provenienti con ogni probabilità dal cratere di Vezzara, per fenomeni abbastanza simili a quelli del gruppo precedente (tt3 del Foglio 161).

Si tratta di colate sovrapposte e saldate, separate solamente da un allineamento discontinuo di grosse bombe. La roccia, lapidea e debolmente vacuolare, è costituita da una matrice particolarmente sottile ed uniforme, marrone fulvo, e da rari inclusi, pomicei e lavici, sempre di piccolissime dimensioni. Queste caratteristiche sono ben visibili lungo la strada per Magnano Montelungo e nelle cave abbandonate ad W di Piantoli (Foglio 161), dove la roccia presenta anche una tipica frattura colonnare.

A monte della strada per S. Clemente (Foglio 161), avvicinandosi al punto di trabocco, queste colate perdono la loro uniformità, arricchendosi di materiale grossolano ed eterogeneo, sempre però immerso1 in una matrice giallognola., quasi pelitica, dello stesso tipo.

Cineriti avana (cp).

Nella fascia mediana dell’apparato vulcanico si rinviene una formazione cineritico pomicea collegata alle colate (p), da cui può derivare alcuni dei costituenti litologici.

Essa è formata da ceneri finissime vetrose, bianco avana, per lo più incoerenti, con allineamenti e sottilissimi livelli lenticolari di pomici, spesso a stratificazione incrociata, marcati da una leggera pigmentazione limonitica arancio ocracea. Questi caratteri fanno presupporre una sedimentazione di materiali sottili, prodotti dalle prime esplosioni intracal- deriche precedenti le singole colate, e contemporaneamente di materiale cmeritico e pomiceo rielaborato da (p) per azione delle acque superficiali.

La formazione rappresenta generalmente la porzione distale o superficiale delle varie colate piroclastiche e spesso inizia con un livello suo- lizzato ocraceo e con un livello di ceneri argillificate grigio avana, in cui sono presenti zonature irregolarmente arricciate limonitico-ferruginose.

carta piroclastica

carta2

Gli affioramenti più estesi ed uniformi sì rinvengono nei dintorni di Corbara, di Furnolo-Casale-Gloriani (Foglio 172) e di Sessa Aurun- ca (Foglio 171), I loro spessori sono generalmente assai limitati, a meno di intercalazioni residue di colate piroclastiche.

Lave della II fase:

Latite (v).

Il M. S. Croce (q. 1006) e il M. Lattani (q. 810), che s’innalzano rispettivamente di 400 e 200 m circa all’interno del recinto calderico sulla piana di Roccamonfìna, costituiscono il tipico doppio domo latitico9 dì questo vulcano.

Una depressione colmata di materiale scoriaceo, circa a q. 850 a SE della cima del M. S. Croce, può essere considerata, come un cratere di rinsaccamento tra le diverse estrusioni che compongono il domo.

Sempre all’interno della caldera affiorano altre due masse latitiche: la prima, ad W di Cese, costituisce forse una propaggine, sotto forma di colata, del M. S. Croce, mentre la seconda, in località Riella, sembra derivare da un centro effusivo locale,

Queste lave si presentano compatte, con frattura scheggiosa a superaci scabre, di colore variabile dal grigio chiaro al rossiccio violaceo, cosparse di grosse segregazioni bianche di plagioclasio, di cristalli prismatici di augite scura e di biotite bruna, generalmente idiomorfa.

In sezione sottile presentano struttura porfirico-olocristallina, con termini plagioclasici, prevalentemente labradoritici, e biotite, parzialmente riassorbita, con aureola di magnetite di neoformazione; sono pure presenti rari cristalli di sanidino e di olivina. La pasta di fondo si risolve in [14][15]

un fitto aggregato di microliti e prismetti di feldspato, in massima parte plagioclasico.

Secondo alcuni autori esistono lievi differenze chimico-petrografiche tra le vulcaniti dei due domi, sufficienti a provare resistenza di fenomeni effusivi distinti: feldspati ed augi te meno abbondanti e talora in fenocri- stalli di maggiori dimensioni nella latite del M. S. Croce; biotite brunoverdastra, spesso assai alterata, nella lava dei M, Lattani,

Oltre alle eruzioni interne al cratere di sprofondamento, vi sono eruzioni latitiche eccentriche, con manifestazioni effusive sempre prevalenti sulle esplosive.

Sul versante meridionale di M. Casi (Foglio 172), dal cono di scorie posto tra sorg.te S. Martino e Mass. Scappucci partono due colate che si allungano per diversi chilometri: esse raggiungono, verso E, quasi Teano e, verso S, la strada provinciale S. Giuliano-Teano. Dal cono di scorie di Corteromana, a SSE del precedente, una serie di colate sovrapposte si spinge fino alla confluenza del Rio Pergola e del Rio Maiorisi nel Rio Persico.

Un’altra grossa effusione eccentrica con tendenza latitica è rappresentata, infine, dall’ampio espandimento di lava che dalle falde settentrionali del Colle Friello si estende fino a Campozillone (Foglio 161).

La roccia ha sempre un aspetto macroscopico uniforme, è molto bollosa, di colore grigio rossiccio, ricca di segregazioni bianche feldspa- tiche e brune di biotite, spesso molto riassorbita con produzione di una ampia aureola di magnetite.

Trachibasalto e basalto olivìnìco ( p ).

Le ultime manifestazioni effusive dell’apparato aurunco sono di natura basaltica e sono in relazione tanto all’attività centrale quanto a quella periferica. Mentre per l’effusione delle Molare (Foglio 172), legata all’attività intracalderica,, esistono però rapporti stratigrafici diretti con gli altri prodotti della II fase, tale da porla tra le ultimissime manifestazioni del Roccamonfina, non altrettanto si può dire per le vulcaniti eccentriche. Esse infatti sono sovrapposte alla tefrite leucitica del vulcano-strato e a buona parte delle colate di fango e piroclastiche, ma, per la loro eccentricità, sono prive di rapporti stratigrafici diretti o indiretti con le vulcaniti intracalderiche inquadrate nella II fase. Queste effusioni vengono perciò collegate con fattività basaltica centrale solamente in virtù della loro natura petrografica.

La lava delle Molare [16] (Foglio 172) ha un aspetto compatto e nero piceo; avvicinandosi al centro di emissione si presenta sotto forma di lava a corda, lava bollosa e scoriacea nera e rossa, e lava a sottili listature grigie e nere, dovute a diversa tonalità del colore del vetro, con inclusi indifferenziati più chiari di natura latitica (Giannetti, 1964). Si è quindi in presenza di materiale dovuto in buona parte ad un’attività di lancio piuttosto intensa, come quella che può derivare da una fontana di lava. A questa attività si possono poi collegare anche le scorie più o meno saldate della valletta tra i domi di M. S. Croce e M. Lattani.

Al microscopio la roccia ha struttura porfirico-ipocristallina, con numerosi prismi allungati di feldspato labradoritico, abbondante olivina e qualche cristallo di augi te, immersi in una pasta di fondo scura, risolvibile in microliti labradoritici ed augitici e in granuli di olivina.

La colata che parte da q. 682, sul bordo settentrionale della cinta calderica a N di Mass. Robetti (Foglio 172), giace sulla tefrite leucitica della I fase tramite un livello discontinuo di materiale scoriaceo, marcato da un’aureola rossastra di cottura.

La roccia è compatta, di colore grigio più o meno intenso, ha una struttura porfirica ipocristallina e presenta un’associazione mineralogica costituita da plagioclasio labradoritico, pirosseno monoclino e olivina: può quindi definirsi come un basalto olivinico.

La grande colata eccentrica di M. Caruso (Foglio 172), presso Sipic- ciano (Foglio 171), che si estende verso NW fino oltre la strada provin-

ciale Galluccio-F. Garigliano (Fogli 160-171-172), pur essendo via via sovrapposta alle vulcaniti della I fase e ad alcune colate piroclastiche di provenienza intracalderica, è tuttavia parzialmente ricoperta da un debole spessore di (p). La sua messa in posto precede quindi le ultime manifestazioni esplosive avvenute nel lago intracalderico.

La lava, generalmente di colore grigio piombo, talora compatta, talora notevolmente bollosa, appare disseminata di segregazioni di olivina verde e di augite nero verdastra. Al microscopio, oltre a questi cristalli, si possono osservare abbondanti lamelle labradoritiche e granuli di magnetite. Dove la lava presenta maggiore abbondanza di feldspati, ha gli stessi caratteri del basalto dell’effusione centrale.

Tra le manifestazioni basaltiche eccentriche, si possono ricordare quelle di Mass, Alboreto (Foglio 161), di M. Atano, di Mass. Feoli (Foglio 172) e di M. Brecciuole (Foglio 171).[17]

Esse sono sempre collegate con notevoli accumuli di materiale scoriaceo nero o bruno rossastro ed hanno caratteristiche macro e microscopiche molto simili a quelle della colata di M. Caruso-Sipicciano: porosità e compattezza, colore grigio nerastro, segregazioni olivino-augitiche, struttura porfirica ipocristallina, associazione mineralogica, fondamentale costituita da plagioclasio Iabradoritico-pirosseno monoclino-olivina.

Piroclastiti della II fase:

Cinerizi e sabbie (lac).

Questa formazione lacustre è stratigraficamente ben definita trovandosi nettamente sovrastante alle colate di cineriti pomicee (p), coeva a buona parte dei prodotti dell’attività esplosiva del cratere di Vezzara e della bocca eccentrica di Colle Friello e sottostante solamente alle loro ultime manifestazioni.

Essa acquista particolare importanza ed estensione areale nel settore settentrionale del vulcano (Foglio 161) e si presenta regolarmente e talora finemente stratificata. Vi prevalgono le cineriti grigio chiare o avana e le sabbie grigie, in strati sottili e ben marcati di 5-10 cm, mentre assolutamente subordinati sono Ì lapilli e le pomici, sempre di dimensioni in- ferorì al cm.

Interessanti per Ì rapporti con i prodotti dei centri circostanti suddetti, sono gli ultimi metri della formazione, lungo la strada Piantoli- Colle Friello o nelle vicinanze immediate. In questa zona le tufiti grigio avana, intercalate a livelli a grana sottile di (se) proveniente probabilmente dal cratere di Vezzara, sono sottoposte a circa 10 m di lapillo pseudostratificato, nero e marrone, di Colle Friello; avvicinandosi a Piantoli, su finissime cineriti biancastre e varvate, che a poca distanza risultano sottostanti a lapilli e ceneri della attività esplosiva di Vezzara, e tramite un paleosuolo suborizzontale, appoggia il (tt3), che però non mostra purtroppo alcun diretto rapp -rt t con i prodotti di Colle Friello.

Un affioramento interessante, -:.i località Paterno a NE della Mass, di q. 243, mostra i rapporti di questa formazione con la latite di Colle Friello: la lava, oltre che sovrapposta a sedimenti suborizzontali di (lac), qui grossolanamente sabbiosi, riempie anche spaccature subverticali di limitata estensione ed andamento irregolare (larghezza circa 20-30 cm; profondità inferiore al m), presenti nella formazione al momento della deposizione del flusso lavico.

Tufiti e cineriti (tf).

All’interno della caldera centrale (Fogli 171-172) si è depositata una monotona successione di materiale a granulometria generalmente peli- tico-psammitica, con spessore affiorante superiore al centinaio di metri.

La stratificazione è generalmente suborizzontale o debolmente inclinata verso E; solo sui bordi del bacino assume immersioni locali, variabili da punto a punto.

La serie, ricostruita lungo la carrareccia che da Tuorisichi scende a Torano per i termini superiori e sul sentiero che da Torano sale a M.

Torecastiello per quelli inferiori, si può sintetizzare, dall’alto in basso, nel modo seguente:

1 ) Tufiti sottilmente stratificate, da grigie a marroni, sovrapposte a livelli con elementi scoriacei che passano lateralmente a scorie nere saldate di natura basaltica (S, Lorenzo); lo spessore è di circa 5-6 m.

2) Cineriti avana e brune, non stratificate, cosparse di piccole pomici avana e ocracee talora in sottili livelli lenticolari a stratificazione più o meno incrociata, con pigmentazione rosso arancio limonitica.

3 ) Scorie grigio nere, sciolte o debolmente saldate, con brandelli di lava scoriacea di natura latitica (andesitica: Giannetta 1964). Questo livello si può seguire, senza soluzione di continuità, per oltre 5 km dal ponte a SE del Cimitero di Roccamonfina, sulla strada Roccamon- fina-M. S. Maria,, fino a Cese; il suo spessore varia da un massimo di 20 m circa, come in questa serie, ad un minimo di 2-3 m presso Garofali-Capitolo.

4) Cineriti avana come 2), con picc L inclusi lavici eterogenei.

5 ) Grosse pomici chiare, fino ad 80 cm di diametro, in banchi lenticolari anche di 3 m di spessore.

  • Prodotti di esplosione, a granulometria pelitico-psammitica, grigiastri ed avana, in sottili alternanze; verso il basso, livelli di materiale più grossolano e di pomici chiare; spessore circa 40 m.
  • Cinerite giallastra ricca di pomicette ocracee e di piccoli inclusi lavici eterogenei come 4); spessore 10-15 m.
  • Cineriti avana come 2); spessore 20-25 m.
  • Tufiti in diverse tonalità del grigio e dell’avana, sottilmente stratificate; spessore 10 m circa.
  • Materiale detritico di disfacimento del recinto calderico.

Particolarmente interessanti per la conoscenza dell’evoluzione della attività intracalderica sono i termini 1) e 3), contenenti scorie di natura rispettivamente trachibasaltica e latitica, ed i livelli 4) e 7), simili alle colate piroclastiche a matrice cineritica incoerente (p).

In piccoli bacini extracalderici si sono depositati materiali simili ai precedenti, ma con caratteristiche litologiche diverse da luogo a luogo. Essi sono caratterizzati da tufiti bianco avana sottilmente stratificate, con alternanze di lapilli grigiastri e di sabbie vulcaniche a granulometria sempre piuttosto sottile; sono pure presenti, talora, bombe di varie dimensioni e tufiti brune pedogenizzate.

I depositi più interessanti, comunque non cartografabili, si rinvengono a S di Colle Alto (Foglio 172), nella vailetta tra Torà, ed il F.so Viapiana (Foglio 161), lungo la carrareccia a S di Fatt. Vallemarina e nel F.so Vetrina (Foglio 171); un piccolissimo lembo residuo si può vedere anche ad W di M. Tuoropiccolo (Foglio 172).

Ignimbrite trachiofonolitica (i).

Dopo un lungo periodo di quiete, seguito alle ultime manifestazioni basaltiche del Roccamonfina., la zona è nuovamente interessata da fenomeni effusivi che determinano la messa in posto di una ignimbrite tra- chifonolitica (« tufo grigio campano » Auct.).

Questa attività si risente solo in minima parte,e marginalmente, neh harea occupata dall’edificio del vulcano aurunco; infatti i suoi prodotti si estendono dal Garigliano alla penisola Sorrentina e dai versanti occidentali dei rilievi calcarei dell’Appennino al mare.

Nonostante l’uniformità regionale delle principali caratteristiche litologiche, la giacitura e la tessitura di queste ignimbriti dimostrano che la loro origine non si può far risalire ad una unica emissione da un unico apparato, ma è piuttosto dovuta all’attività più o meno contemporanea di numerosi centri. Parecchi autori sono oggi d’accordo nel pensarli in relazione a fratture lineari disposte ai bordi dei massicci calcarei (M. Massico, M. Maggiore, ecc.) e, solo casualmente, anche al bordo della cinta calderica del Roccamonfina, in relazione probabilmente alle fratture di sprofondamento. I prodotti di quest’ultima zona di emissione si sono incanalati nelle profonde paleoincisioni del settore orientale dell’edificio vulcanico, andandosi a saldare, verso SE, grosso modo lungo la fascia Montanaro-Francolise-Carinola-Ventaroli, con i prodotti delle bocche situate al margine settentrionale della bassa valle del F. Volturno.

In altre parole, solo una piccola parte dei depositi ignimbrìtici che si estendono nella pianura campana proviene dal recinto calderico del Roc- camonfina, molto dopo e indipendentemente però dal ciclo evolutivo dell’apparato aurunco fin qui descritto.

In questa nota vengono quindi prese in considerazione solamente le vulcaniti affioranti a N della fascia suddetta, rimandando alla bibliografia per le notizie sui prodotti dei centri del basso Volturno.

Nell’ignimbrite si possono generalmente distinguere tre aspetti, caratterizzati da un diverso grado di autometamorfismo:

  • ) Alla base la vulcanite si presenta generalmente bruno scura o grigio

violacea, uniforme, litoide, ruvida al tatto, sonora alla percussione e a frattura scheggiosa; vi sono contenute, in misura variabile, delle po- micette gialle, di dimenisoni massime di 2 era circa, per lo più schiacciate e orientate parallelamente alla superficie di base.

  • ) Il corpo della roccia, di aspetto quasi lavico, uniformemente grigio ce

nere, presenta gli stessi caratteri fìsici, ma, è molto ricco di cristalli di sanidino, talora anche di 2-3 cm di lunghezza. Le pomicette gialle vengono sostituite da piccole scorie nere appiattite. Nel Savo- ne delle Ferriere, tra Tuoro e Furnolo, e al ponte Arnone, a SE di Cascano (Foglio 172) si rinvengono rari ciuffi di breislakite.

  • ) Verso l’alto, e verso la periferia, la consistenza litoide va diminuendo

e si passa, a tufo terroso o polverulento (« cinerazzo »), da grigio cenere a rosso bruno, a violaceo, e talora addirittura a nerastro.

Alla base della formazione è costantemente presente uno strato (5-20 cm) caolinico-terroso, di colore dal giallo ocra al rosso bruciato, spesso incoerente. I suoi caratteri chimico-fisici sono dovuti, con buona probabilità, al termometamorfìsmo subito da un substrato, a diverso grado di suolizzazione, per azione della massa ignimbritica. Alla periferia del Roccamonfina può essere infatti estremamente ridotto o mancare completamente.

L’analisi microscopica dell’ignimbrite rivela la presenza di fenocri- stalli di sanidino, talora di anortoclasio e, subordinatamente, di augite, an- desina ed olivina forsteritica, immersi in una pasta di fondo vitroclastica con frammenti prevalentemente di sanidino e, secondariamente, di augite e di minerali zeolitizzati; minerali accessori sono la magnetite, il rutilo e l’apatite.

Alla periferia dell’edificio aurunco, in vicinanza dei centri locali di emissione, la massa ignimbrìtica si presenta cosparsa in modo irregolare di scorie e pomici nere, di dimensioni anche notevoli, che, dall’alto al basso della formazione, subiscono un appiattimento con tendenza ad una tessitura pseudofluid ale parallela alla superficie di base.

La presenza di gas e di vapori, imprigionati nella colata all’atto della sua messa in posto, e la loro fuga successiva, ha determinato fenomeni che, anche se non particolarmente vistosi, sono però assai caratteristici attestando, con la formazione di particolari minerali, una intensa attività autopneumatolitica. Si possono citare: le « geodi fluorifere », nel cui interno sono presenti minerali fluoriferi di neoformazione, derivate dal metamorfismo subito da frammenti calcarei, specialmente in vicinanza dei rilievi mesozoici, come a P.te Rava, sulla Casilina (Foglio 160), nei pressi di Falciano-Mondragone e nel Rio Camerelle, presso Avezzano (Foglio 171); le « carie » ad andamento subverticale, irregolare, dovute alla fuga dei vapori, come a P.te Rava (Foglio 160); le « fuocate » caratterizzate da materiale halloysirico rosso (Di Girolamo, 1968) costipato in fratture della roccia, come nell’alveo di Valle Grande, presso Sessa Aurunca (Foglio 171 ); la struttura colonnare, dovuta alla contrazione della massa ignimbritica a causa del raffreddamento e della perdita di grandi quantità di vapori, ben visibile nel Savone delle Ferriere (Foglio 172) o lungo il Garigliano (Foglio 160).

Il fenomeno principale determinato dalla presenza di grandi quantità di gas e di vapori è però la neoformazione di sanidino, per autometamorfismo pneumatolitico idrotermale, causa della cementazione della vulcanite.

Per la sua giacitura in colata, l’ignimbrite ha colmato le paleovalli esistenti sui fianchi dell’edificio vulcanico all’atto della sua messa in posto. L’erosione attuale mette in luce un grande numero di contatti che eliminano qualsiasi dubbio sui rapporti con tutte le vulcaniti del Rocca- monfina. Una particolare menzione merita la sovrapposizione deH’ignim- brite ai prodotti finali della caldera: a Pratolongo (Foglio 172) sulla Ialite del M. S. Croce; a Fontanafredda, sulla strada Fontanafredda-P.te ai Grottoni e sui versanti di Valleamati, tra Tuorisichi e Tavola (Foglio 172), sulla formazione lacustre intracalderica (tf).

Geologia applicata Materiali da costruzione

Lave

Diverse colate di tefrite e basanite leucitica, di basalto e di latite del Roccamonfina vengono utilizzate, per usi locali, in modo non continuativo.

La scelta cade naturalmente sulle varietà più omogenee e compatte, più dure e capaci eventualmente di assumere una buona lucidatura.

Queste lave hanno ottime caratteristiche meccaniche, specie per quanto riguarda Fusura e la resistenza alla compressione; il loro carico di rottura oscilla tra 2000 e 2500 kg/cm2 ed il peso specifico tra 2,34 e 2,67.

Le rocce fonolitìche, invece, per la facile alterabilità dei numerosi e grossi cristalli di sanidino, non presentano generalmente una sufficiente resistenza agli agenti atmosferici per poter essere usate come materiale da costruzione. Considerazioni analoghe valgono anche per le tefriti a grossi cristalli di leucite alterata e farinosa, che danno luogo a zone di discontinuità e di minor resistenza, e per le lave scoriacee o bollose nelle quali la resistenza alla compressione subisce una notevole diminuzione.

Un tempo le lave, squadrate in parallelepipedi, erano molto utilizzate per bordi di marciapiedi e riquadri di finestre; tagliate in lastre (« ba- soli »), per pavimentazione di sedi stradali. Un’altra antica utilizzazione, ormai completamente scomparsa, era la fabbricazione di frantoi e macine, per le quali era particolarmente quotata una tefrite leucitica, molto compatta e resistente, affiorante presso Valogno (Foglio 172) (da cui deriva il nome della località: Molara di Valogno).

Attualmente l’uso più diffuso delle lave compatte del Roccamonfina è quello della produzione di pietrisco stradale: per questo scopo sono aperte delle importanti cave nelle basaniti leucitiche (Fogli 160-171) affioranti sulla sinistra del F, Garigliano.

Tufo giallo

Il tufo giallo litoide del Roccamonfina (it) presenta alcune caratteristiche che lo rendono particolarmente adatto come materiale da costruzione: la resistenza allo schiacciamento, il peso specifico relativamente basso specie in talune varietà vacuolari, la facilità allo scavo ed al taglio, eseguibile facilmente con sega rotante, l’assenza di grossi inclusi che ne altererebbero l’omogeneità, il colore uniforme di diverse tonalità di giallo.

Le cave principali si trovano nei dintorni di Sessa Aurunca. (Foglio 171), Tavola, Marzano Appio e Valogno (Foglio 172), S. Clemente, Mignano e Piantoli (Foglio 161).

Il tufo di Piantoli (Foglio 161), uno dei più solidi e compatti di tutta la Campania per la sua grana fine ed omogenea, era una volta utilizzato per cornici, mensole, gole o altri pezzi di ornamentazione per l’edilizia; altre cave particolarmente note per le caratteristiche del materiale estratto sono quelle di Tavola-Marzano Appio-Papuni (Foglio 172), di Mignano e dei Torazzi, a SE di S. Clemente (Fogli 161-172).

Nella tabella seguente sono riportati i valori di alcune prove di resi-

Tufo grigio o ìgnimbrìte

L’ignimbrite di Roccamonfina, identificabile con il « tufo grigio campano », presenta un diverso grado di autometamorfismo sia in senso verticale che orizzontale; si passa, cioè, da una facies incoerente e pulveru- lenta (« cinerazzo ») e da un « tufo grigio » poco coerente, nelle zone superficiali e periferiche delle colate, ad una facies di « tufo pipernoide » e di « piperno », ad autocementazione sempre più intensa, nelle zone centrali e in profondità.

Le parti superficiali incoerenti sono talora utilizzate come materiale pozzolanico, mentre le parti profonde, compatte, leggere, sonore e facili al taglio, ma molto resistenti al carico per l’omogeneità della tessitura, hanno trovato e trovano largo impiego come materiale da costruzione.

Le grandi statue dette « Matres Matutae » del Museo Provinciale Campano a Capua, rappresentanti probabilmente la dea della fecondità e risalenti all’VIII secolo a.C., sono scolpite nel « tufo grigio campano ». Lo stesso materiale è stato adoperato nel ponte romano sul Volturno a Capua e nel « Ponte degli Aurunci » sul rio Travata a SW di Sessa Aurunca, nel Duomo di Caserta Vecchia (sec. X) e di Sessa Aurunca (sec, XII), negli antichi palazzi di Carinola, Teano, Sessa Aurunca, ecc.

Nella tabella seguente sono riportati i carichi unitari di rottura per compressione (kg/cm2) di una serie verticale campionata presso Puccia- niello (a N di Caserta) e di campioni sparsi provenienti da varie località.

Dalle prove eseguite sui campioni della serie di Puccianiello, si vede

Sessa Aurunca (Rio della Selva) …. 169,6 Di Girolamo
Piedimonte di Casolla (Caserta) …. 180,0 »
Capua … ………………………………. 14,0 Penta 1935
Tora-Piccilli (500 m dalla ferrovia) . 47,0 » 1935
Blocco del ponte romano sul Volturno, a Capua ………………… 48,0 » 1935
Camigliano (Fraz. Pantuliano)…….. 42,0 » 1935
S. Nicola………………………………… 50,0 » 1935
S. Angelo in Formìs………………….. 39,0 » 1935
Vitulazio…………………………………. 25,5 » 1935
Caianello……………………………….. 82,3 » 1935

Pozzolane

Le pozzolane dell’apparato vulcanico del Roccamonfina si presentano come un materiale incoerente, di consistenza cineritica o localmente sabbiosa, di colore grigio avana.

Le pozzolane sono composte da una matrice vetrosa., talora zeoli- tizzata, a struttura porosa, con frammenti sparsi di cristalli di feldspati, biotite, pirosseni e secondariamente di leucite, olivina, magnetite, ecc. e con piccoli inclusi pomicei. L’analisi microscopica e roentgenografica. e considerazioni di natura geochimica portano a ritenere la matrice vetrosa delle pozzolane come dovuta alla polverizzazione del magma fuso, causata da sostanze gassose, sviluppatesi durante il processo eruttivo. La fase vetrosa delle pozzolane ha struttura porosa (fattore fondamentale per la determinazione delle proprietà pozzolaniche) e proprietà fisiche e chimiche che l’avvicinano più ad un gelo che a un vetro.

Le pozzolane del Roccamonfina sono oggetto di intensa attività estrattiva; le cave più importanti si trovano nei dintorni di Rongolisi e Sessa Aurunca (Foglio 171), Corbara, Croce di Casale, Teano e S. Lucia (Foglio 172), Piccilli, Cave e Vaglie (Foglio 161), cioè lungo una fascia quasi continua posta alla periferia dell’edificio vulcanico.

Nella zona di Mondragone (Foglio 171), Carinola, Sparanise, Calvi, Pignataro e Capua (Foglio 172) viene adoperato come pozzolana anche il « cinerazzo », cioè la parte superficiale dell’ignimbrite, generalmente disaggregata per uno spessore massimo di circa 3 metri.

Il « cinerazzo » è un materiale pulverulento ed omogeneo, con qualche frammento di pomice alterata e di cristalli di sanidino, ed ha colore cinereo o rossiccio violetto per la presenza di ossidi di manganese e dì ferro.

Lapilli, scorie e pomici

Lapilli, scorie e pomici sono localmente usati per calcestruzzo leggero, nei « battuti » delle volte, dei lastricati, dei gradini e specialmente delle aie e dei terrazzi di copertura delle abitazioni di campagna,.

Il lapillo, per la sua permeabilità, viene anche usato come fondo dei sentieri di campagna; le pomici potrebbero trovare impiego come coibente termico ed acustico.

Cave di lapillo si rinvengono nei dintorni di Conca della. Campania (Fogli 161-172), di M. Friello, Torà e Piccilli (Foglio 161), di Terra- corpo, Orchi e M. Lucno (Foglio 172); cave di scorie si trovano presso Tuoro e Conca (Foglio 161), Teano (Foglio 172), Fontanaradina e Sessa Aurunca (Foglio 171).

Una cava di pomici, ad elementi di dimensioni fino a 30 cm di diametro, è stata aperta in località Cardilo, lungo la strada Torano-Rocca- monfina (Foglio 172), in un livello intercalato nei depositi lacustri intra- calderici.

Risorse minerarie Leucite

L’utilizzazione della leucite come materia prima per l’estrazione del potassio e dell’alluminio è stata tentata diverse volte a, partire dagli inizi del secolo. La leucite, infatti, contiene 22-23% di ossido di allumina, 17-18% di ossido di potassio, 53-55% di ossido di silicio, piccoli quantitativi di ferro, sodio e calcio e tracce di magnesio e titanio.

Nel periodo 1930-1940 furono eseguite diverse prove di carattere semi-industriale negli stabilimenti di Bussi (Chieti) e di Borgofranco d’Ivrea per Io sfruttamento della leucite con il processo Blanc, con risultati incoraggianti; ma l’utilizzazione di questo processo sul piano industriale si è dimostrata antieconomica. A Fontanaradina, a N di Sessa Aurunca, sulla strada Sessa-Galluccio (Foglio 171), uno stabilimento che utilizzava il metodo Blanc è stato in attività con alterne vicende dal 1930 al 1942; lo stabilimento ha adoperato come materia prima le lave leucitiche estratte dalle cave di S. Carlo, Galluccio, Conca della Campania e Sessa Aurunca.

In questi ultimi anni il problema dell’utilizzazione della leucite come materia prima per alluminio e potassio è tornato di attualità, sia per la possibilità di realizzare più economici processi preliminari di concentrazione meccanica, sia per l’esistenza di nuovi brevetti russi che permettono l’estrazione deH’allumina da rocce effusive simili alle leuciti.

Idrogeologia

L’idrogeologia dei vulcani-strato, fra i quali rientra l’apparato vulcanico del Roccamonfìna, è generalmente complessa e difficilmente decifrabile.

Molte sono le difficoltà che ostacolano la ricostruzione precisa dei rapporti superficiali e specialmente profondi delle varie formazioni e quindi, a maggiore ragione, la determinazione delle caratteristiche idrogeologiche della zona.

Fra queste cause è sufficiente ricordare la mancanza di un criterio cronostratigrafico preciso per la datazione relativa delle varie formazioni e per la loro correlazione a distanza, la forma irregolare ed imprevedibile dei vari complessi litoidi, le caratteristiche dei rapporti giaciturali delle formazioni vulcaniche, derivanti dalla sovrapposizione di successive morfologie sepolte, originate da fasi di attività vulcanica alternate a fasi di quiescenza e di erosione subaerea più o meno intensa.

Anche le caratteristiche di permeabilità dei vari prodotti vulcanici sono difficilmente definibili, in quanto si tratta di formazioni litologicamente non omogenee, localmente alterate ed argillificate.

Nei riguardi della permeabilità, le formazioni vulcaniche possono suddividersi secondo il seguente schema orientativo:

Lave e ignimbriti: impermeabili, se compatte; permeabili in grande, se

fratturate;

Lapilli, pozzolane, tufi sciolti: permeabili per porosità;

Tufi litoidi, tufiti, emeriti, ecc.\ praticamente impermeabili.

L’intrecciarsi reciproco delle varie formazioni piroclastiche e laviche e le variazioni litologiche locali, sia originarie sia dovute ad alterazioni successive, favoriscono la formazione di numerose piccole sorgenti locali, con bacini idrici superficiali e di dimensioni limitate e con portate esigue, generalmente di pochi decimi di litro al secondo.

Gli unici due gruppi di sorgenti di una certa importanza, noti nell’apparato vulcanico di Roccamonfina, si trovano uno neirinterno del recinto calderico, non lontano dal paese di Roccamonfina, l’altro nei pressi della stazione ferroviaria di Teano, alla base del versante sudorientale dell’apparato vulcanico.

Un’altra sorgente con portata discreta è ubicata un paio di chilometri a NW di Teano.

Sorgenti di Roccamonfina. — Alla base dei versanti meridionale e sud-orientale del domo latitico di M. S. Croce, lungo il bordo interno della caldera, ricolma per spessori superiori al centinaio di metri di tufiti e emeriti a granulometria pelitico-psammitica, su di un fronte di circa 3 chilometri sgorgano numerose sorgenti (Fontanafredda, Ortoli, Fontanamuta, Pozzillo, Soriente, Valleamati, ecc.) poste a q. 500-600, con una portata complessiva di magra di una settantina di litri al secondo.

Molte di queste sorgenti sono captate mediante semplici cunicoli di drenaggio scavati nelle tufiti a pochi metri di profondità; nella zona circostante, il terreno è costantemente impregnato d’acqua.

La posizione delle sorgenti, la costanza della quota di sgorgo e le caratteristiche dei punti di emergenza fanno ritenere lecita l’ipotesi che le sorgenti costituiscano Io sfioro di un serbatoio idrico sotterraneo, contenuto nella Ialite, permeabile per fratturazione, tamponato dalle tufiti e dalle cineritì impermeabili o localmente debolmente permeabili.

A conferma di questa ipotesi si può osservare che tutte le sorgenti si trovano lungo il bordo meridionale e sud-orientale del domo latitico, dove la linea di contatto con le tufiti-cìneriti scende fino a q. 550-600, mentre sugli altri versanti la linea di contatto risale al di sopra di q. 600, fino ad un massimo di 650 m s.l.m. Inoltre la curva dì livello 600, praticamente chiusa, circoscrive un’area (M. S. Croce e M. Lattani) di circa 5 kmq di superficie, posta, a quota superiore a quella delle sorgenti e costituita quasi esclusivamente dall’affioramento della latite, che è tutto compresa in essa.

Probabilmente una galleria nella latite, scavata a quota leggermente inferiore a quella delle sorgenti attuali, potrebbe drenare direttamente l’acqua contenuta nella roccia, concentrando tutte le scaturigini in una sola zona, prosciugando la piana di Pratolongo e realizzando un probabile incremento delle portate utilizzabili.

Sorgenti di Teano. — Nella zona circostante la stazione ferroviaria di Teano sgorgano le sorgenti Santuccia, Sonola e S. Paride, rispettivamente di 80, 50 e 20 litri al secondo.

La sorgente Santuccia si trova sul lato destro dell’alveo del Savone di Assano, a q. 90 circa, all’altezza del bivio tra la via Casilina e la strada per Teano; la sorgente Sonola, è posta circa un chilometro a SW della Santuccia, più o meno alla stessa quota; la sorgente S. Paride sgorga nel Savone di Teano, a q. 90, subito a monte della strada per Teano.

Le tre sorgenti sgorgano dal « tufo grigio campano », ma l’entità della portata complessiva e la modesta permeabilità deH’ignirhbrite fanno ritenere probabile una provenienza da colate laviche sepolte, permeabili per fratturazione, che, nei pressi della loro estremità, versino l’acqua in esse contenuta nei tufi più o meno permeabili che le ricoprono e le circondano.

Questa ipotesi è avvalorata da ricerche idriche eseguite nella zona qualche decina di anni fa. Alcuni sondaggi hanno infatti raggiunto colate laviche sepolte, con notevoli quantitativi di acqua in pressione, poste a meno di 20 metri di profondità in corrispondenza della sorgente Sonda e a 60 metri di profondità circa un chilometro a monte di questa sorgente ‘(Maddalena, 1933 a; 1933 b; 1941).

Sorgente Tuoro —- La sorgente Tuoro, posta a q. 227 e della portata di magra di 5 litri al secondo, alimenta l’acquedotto di Teano. L’opera dì captazione, che è ancora quella dell’antico acquedotto romano, consiste in un lungo cunicolo scavato nel tufo, parallelamente al fosso. Il cunicolo, in corrispondenza della sua estremità, sembra abbia raggiunto una colata lavica, da cui si può ritenere che provenga l’acqua della sorgente.

Sorgenti minerali e termominerali – ‘Emanazioni gassose

Nell’area dell’apparato vulcanico del Roccamonfìna sgorgano una sorgente termominerale (Calena), due sorgenti minerali fredde (Riardo e Acquaferrata) e varie emanazioni di idrogeno solforato e di anidride carbonica.

Sorgente Calena — Questa sorgente, di portata imprecisata ma modesta e con una temperatura di 22°, sgorga a q. 38 dalle alluvioni del F. Savone, all’altezza del km 183 della Via Appia, presso Francolise, sul versante orientale del Roccamonfìna, in una zona ricoperta da ignim- briti (i). Non si hanno elementi sufficienti per definire le caratteristiche idrogeologiche di questa sorgente; sembra però probabile che esìsta una componente parziale o totale di acque juvenili e di gas dì origine endogena, risalenti lungo una faglia di direzione NE-SW.

Sorgenti di Riardo. — Presso il km 179 della S.S. Casilina, nella piccola piana alluvionale delimitata ad W dalle pendici orientali dell’apparato vulcanico del Roccamonfìna e a N, E e S dalle colline calcaree mesozoiche, in coincidenza di un allineamento NE lungo circa un chilometro, sgorga un gruppo di sorgenti (Eletta, Ferrarelle, Santagata, Pli- niana, Gloriosa, Maxima) con una portata complessiva dì una ventina di litri al secondo e una temperatura, di circa 15°, contenenti una notevole quantità di anidride carbonica.

Si tratta probabilmente di una falda idrica poco profonda, alimentata lateralmente dalle formazioni vulcaniche del Roccamonfìna, mineralizzata da spiragli fumarolici di anidride carbonica di origine endogena, forse posti in corrispondenza della supposta faglia NE-SW, passante per la sorgente Calena.

SÌ riporta l’analisi della sorgente Ferrarelle (Società Acque Minerali Sangemini):

temperatura sorgenti

Sorgente Acquaferrata —- Questa sorgente, ubicata nel Savone delle Ferriere, a NNW di Teano, è stata molto rinomata nell’antichità. L’acqua sgorga al contatto tra ignimbrite (i) e tefrite leucitìca (fìt), in quantità imprecisata ma comunque modesta.

Emanazioni gassose. — Sulla sinistra del F. Gangli ano, nella zona delle sorgenti di Suio, presso il ponte dello sbarramento idroelettrico, è in continua, moderata attività una esalazione di idrogeno solforato che, ossidandosi, precipita piccoli quantitativi di zolfo sotto forma di incrostazioni cristalline o di effluorescenze giallastre.

Un chilometro a N e circa due chilometri a S dello sbarramento idroelettrico, lungo le alluvioni recenti del fiume, si osservano altre due emanazioni gassose, che fuoriescono facendo ribollire debolmente l’acqua stessa.

1L’apparato vulcanico dì Roccamonfina è stato descritto da C. Bergomi e

[2] Manganelli in: Note illustrative del Foglio 171 « Gaeta » (C. Bergomi, V. Catenacci, G. Cestari, M. Manfredini, V. Manganelli, 1969).

Data l’ampiezza dell’area che l’edificio vulcanico occupa nel Foglio 172 « Caserta », si è ritenuto opportuno, d’accordo con il Comitato Geologico, riportare la sua descrizione anche nella presente nota.

Questa appendice è quindi semplicemente la ristampa del lavoro suddetto, che rispecchia lo stato delle conoscenze su tale vulcano alla data di rilevamento dei fogli geologici.

’ Questo magma sarà anche arricchito in tutti gli elementi pneumatolitici in traccia, tipici dei magmi acidi (FI, Bo, U, Be, Th e Zr), come è stato constatato nelle rocce della Toscana.

[4] Per brevità, con questo nome viene indicato l’apparato del vulcano-strato tefri- tico leucitico.

[5] E’ opportuno avvertire che molti piccoli affioramenti lavici, piroclastiri e ignìm- britìci non sono stati riportati sui fogli geologici, data la limitata scala della carta. La semplificazione è più spinta nel Foglio 172 « Caserta », dove, tra l’altro, sono state unificate le diverse colate pirodastiche ed i materiali grossolani o sottili di esplosione.

[6]   Nessun elemento è emerso a favore dell’ipotesi dì Moderni (1887) secondo la quale le cupole possono essere di intrusione posteriore alle tefriti leucitiche.

[7]   Nelle sigle di queste lave, gli ìndici 1 e 2 indicano rispettivamente vulcaniti precedenti o posteriori alla più intensa attività effusiva tefrìtico leucitica.

[8] (c) ed (se) sono stati cartografati separatamente nei Fogli 161 e 171, mentre, per esigenze tipografiche, non è stato possibile fare altrettanto nel Foglio 172.

[9] Soprattutto nei complessi III e IV sono state incluse, per esigenze cartografiche, anche le più sottili porzioni distali, incoerenti e talora pedogenizzate, delle colate piroclastiche (p).

s Sui Fogli 160, 171, 172 il termine « pyroclastic flow » non definisce un particolare tipo di colata, ma è usato in senso giackurale per indicare colate caotiche di tutti Ì tipi.

Per esigenze cartografiche, nel (tt) dei Fogli 160, 172 sono stati compresi anche Ì termini distinti come (p), (tt1) e (tt:) nei Fogli 161, 171.

[10]  Sui versanti settentrionale ed orientale (Fogli 161-172), in relazione all’attività esplosiva delle manifestazioni eccentriche, e sui versanti meridionale ed occidentale (Fogli 160-171-172), in dipendenza dell’attività centrale tefritico leucitica, a cineriti argillificate ed humificate si intercalano piroclastiti varicolori: o lapilli e pomici ad elementi più o

(*) Alcuni toponimi, non riportali nei logli 1 : 100.000 o nelle tavolette 1 : 25.000 sono stati acquisiti dalla letteratura sulla zona.

[12] toponimo è seguito dal numero del foglio 1 : 100.000 (160 «Cassino», 161 « Isernia », 171 « Gaeta », 172 « Caserta ») in cui ricado e, in grassetto, dal numero che indica la sua ubicazione nella Carta dei Toponimi (Tav. n ; 2).

[13] Antonio, M. (F° 172) 38 S. Antonio, Taverna (F° 172) 49 S. Antuono (F° 161) 3 S. Castrese (F° 171) 101 S. Clemente (F° 161) 14 S. Croce, M. (F° 172) 72 S. Domenico (F° 172) 78 S. Felice, Taverna (F° 161) 6 S. Giuliano (F° 172) 140 S. Giuseppe (F° 171) 111 S. Leuterio (F° 172) 41 S. Lorenzo (F° 172) 92 a S. Lucia (F° 172) 63 S. Maria (F° 172) 135 S. Maria, M. (F° 172) 59 S. Maria a Valogno (F0 171) 66 S. Maria di Mortola (F° 160) 13 S. Martino (F° 171) 70 S. Martino, Sorg.te (F° 172) 119 S. Paolo (F° 172) 134 S. Paride, Sorg.te (F° 172) 131 S. Venditto (Fn 171) 110

Sulla natura e denominazione petrografica di questa lava gli autori sono piuttosto discordi. A partire da L, Pilla e da vom Rath, che definivano la roccia di

[15] Croce come una trachite e da Abich che la riteneva una trachidolerite, attraverso Bucca (andesite augitica), Washington (biotite-vulsinite e poi biotite-latite) e Pani- chi (trachiandesite), si arriva ad Arevalo C., Burri e Weibel ed a Giannetti che la considerano rispettivamente una biotit-augit-Iatit (vulsinit) cd una latite biotitica.

[16] Controversa è la definizione di questa vulcanite. In base alle caratteristiche petrografiche ed alla composizione mineralogica fondamentale, la roccia viene classificata come un basalto; la composizione chimica, invece, rivelando un’alta percentuale di silice ed un tenore di potassa predominante su quello della soda, sposta la vulcanite verso termini trachitici. Si tratterebbe perciò di un trachibasalto, lava solo leggermente più basica di quella dei domi di M. S. Croce-M. Lattani.

[17] Al Colle Friello sono state rinvenute lave trachibasaltiche in blocchi sparsi alla sommità del cratere (Panichi, 1924; Stanzione, 1968), o sulle falde del colle stesso, in località Paterno (Arevalo C, Burri e Weibel, 1962).

Fonte:

Ministero dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato
Direzione Generale delle Miniere
SERVIZIO GEOLOGICO D’ITALIA

NOTE ILLUSTRATIVE

della

CARTA GEOLOGICA D’ITALIA

Alla Scala 1 : 100.000

FOGLIO 172

CASERTA

Scarsella

in appendice:

VULCANO DI ROCCAMONFINA

FOGLI 160-161-171-172

C. Bergomi, V. Manganelli

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